Sentenza Ruta, una decisione arbitraria
Anche secondo Guido Scorza le conclusioni della legge sono arbitrarie, nei confronti di Carlo Ruta. Ma in Italia si continua a sbagliare, come davanti a un divieto di sosta con scritto “continua”
Avevo già espresso le mie perplessità al riguardo, da ignorante in materia, ma vedo che chi è ufficialmente competente – perché avvocato – non la pensa troppo diversamente da me ed ufficializza il suo parere su tanto di testata giornalistica, la stessa per la quale ho il piacere di scrivere anch’io.
Guido Scorza, a proposito della vicenda di Carlo Ruta, dice testualmente:
Si tratta di una valutazione arbitraria, errata e pericolosamente discriminatoria: il singolo che gestisce in una dimensione amatoriale un blog di informazione sarebbe tenuto alla registrazione, mentre la grande società che svolga identica attività ma che non sia interessata alle provvidenze all’editoria potrebbe sottrarsi alla registrazione.
A parte la contraddizione in termini che Guido evidenzia, capisco, allora, che quando porto paragoni non sbaglio. Anche lui scrive:
La verità è un’altra: blog e siti di informazione quale quello di Carlo Ruta sono privi di testata in senso tecnico e, pertanto, i titolari non dovrebbero esser considerati tenuti alla registrazione di un elemento dei quali i propri prodotti editoriali sono privi.
Ragionare diversamente è come pretendere che il proprietario di una bicicletta debba registrarne la targa presso il pubblico registro automobilistico.
Infatti. Se la devo dire proprio come me la sento, per me testata giornalistica dev’essere considerato solo quel sito che affianca una pubblicazione cartacea regolare: esempio, The New York Times, un quotidiano cartaceo che ha anche il sito. Dunque, paradossalmente, neanche Punto Informatico, secondo me, dovrebbe esserlo. O meglio: aver bisogno di esserlo. Perché non esiste – se non un breve esperimento del passato – una vera e propria versione cartacea di Punto Informatico.
La realtà è un’altra e risidede nella totale cecità dei legislatori sulle Cose della Rete, un concetto già detto in molte altre occasioni, e non solo da me. Il fatto è che si fatica ad accettare che oggi, anno 2008, terzo millennio, forse è proprio il concetto di quotidiano cartaceo ad essere obsoleto. E non si capisce perché non si deve accettare che fare informazione è qualcosa di atavico, insito in ciascuno di noi.
Io ho imparato qualcosa, e la dico. Ho saputo qualcosa, e ne parlo. Come fosse “a voce”. Questo è il Web, cosa che la carta stampata non permette e non permetterà mai.
Di questo passo, se leggo il NYT sulla spiaggia, vado all’ombrellone accanto dove c’è una coppia di amici e riferisco una notizia che ho letto e trovato interessante, dovrò farlo in modo assolutamente random e in orari diversi. Perché se lo facessi tutti i giorni, per tutto un mese di ferie, compirei un reato: per parlarne tutti i giorni dovrei essere testata giornalistica. Io, si, a piedi, con gli occhiali da sole, il costume e il New York Times appoggiato sulla (mia) sdraia. Forse stiamo dimenticando, tra l’altro, che blog, CMS e tutti i sistemi di “pubblicazione” consentono anche la differita, cioè scrivere un articolo, pardon, un post (l’articolo è roba da testate giornalistiche, non va neanche nominato) in anticipo e pubblicarlo tra x giorni e x ore? Svegliaaaaa!
Signori legislatori, ci vogliamo svegliare una volta per tutte o volete per forza che l’Italia faccia la “Rivoluzione Francese II, secondo atto”? Gli italiani non ne sono capaci, ma se li portate all’esasperazione, la Rivoluzione Francese vera al confronto sarebbe un esperimento da dilettanti.
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