Il paradosso n.2: Mediaset vuole 500 milioni di euro da YouTube
500 milioni di Euro per mancati introiti causati dall’illegittima diffusione dei propri contenuti: tanto Mediaset chiede a YouTube, quindi a Google. Si continua, dunque, al paradosso n. 2, sempre mantenendo due spesse bistecche sugli occhi
La causa intentata da Mediaset contro YouTube, condita con una richiesta di risarcimento di 500 milioni di euro, troverebbe ragione nel recuperare «i ricavi che avrebbe generato la vendita dei diritti sui filmati diffusi dalla controllata di Google senza averne l’autorizzazione».
Una ragione apparentemente valida che non tiene conto, tuttavia, di una realtà delle cose della rete che avanzano inesorabilmente, a prescindere da quanto facciano i legislatori, ancora ciechi e limitati alle quattro mura dei propri uffici, ostinati nel non voler gettare uno sguardo aperto e costruttivo appena un palmo al di là della porta, scrollandosi di dosso l’ormai secolare bizantinismo da cui sono affetti.
Non è bastato, dunque, il rinvio a giudizio di alcuni dirigenti del gigante di Mountain View: la legge italiana, per mano di Mediaset, cerca di assestare un altro duro colpo sulle spalle di Google, ignorando ciecamente che neanche la piccola Italia può più di tanto, finché il suo Governo continuerà a legiferare con due spesse bistecche sugli occhi e a considerare i fornitori di servizi corresponsabili di qualcosa di cui, alla luce della più fredda logica matematica, (cor)responsabili non sono. È come accusare di omicidio un venditore di utensili perché vende seghe elettriche a nastro e i suoi clienti ci tagliano le braccia alla gente: con lo stesso principio andrebbero severamente puniti tutti i venditori di armi, tutti, nessuno escluso.
Siamo dunque al paradosso numero 2, che segue a ruota quello già abilmente dipinto da Paolo De Andreis. Un concerto monotono, nel vero senso della parola: sembra di ascoltare il basso continuo tipico dei concerti di Vivaldi, senza alcun altro strumento che formi una melodia.
«Basterebbero due righe semplici e pochissimo inchiostro per consentire agli abitanti della rete di vivere Internet con un po’ più di serenità», scrive Paolo nel suo commento. Un principio perfettamente applicabile anche in questo caso, almeno per cercare di salvare la faccia, di non insistere a far finta di niente: «È giunto senz’altro il momento che in ciascuna delle normative italiane che parlano di divieti di pubblicazione, e che si affannino a delimitare l’uso di Internet, sia integrato finalmente in modo esplicito il principio di irresponsabilità dei prestatori dei servizi». Una tesi che sottoscrivo appieno, sia per il paradosso n.1 che per il paradosso n. 2.
Viva l’Italia.
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