Nota politica

Estate poco calda, politica molto fredda

Stampa, Luigi La Spina: «Troppe parole in libertà»

La Spina ce l’ha con Alfano, il cui linguaggio è scaduto a termini come “vucumprà”, non certo i migliori per situazioni umanamente da compatire ma non per questo da giustificare, probabilmente impiegato a solo scopo populistico. «Ma da che razza di uomini siamo diretti noi italiani?», si chiede La Spina in chiusura. «Da quelli che noi abbiamo votato da almeno vent’anni a questa parte», rispondo io. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. Sono anni che sostengo la scomparsa di una vera destra e di una vera sinistra. Questi sono i risultati dell’aver creduto in un improbabile quanto compromettente centro-destra e in un marcescibile quanto compromesso centro-sinistra. Dovevamo accorgercene prima.

Stampa, Luca Ricolfi: «Il paradosso del nostro benessere»

Ricolfi mette sapientemente il dito nella paradossale piaga. Siamo poveri perché siamo ricchi. Io ne so qualcosa, posso testimoniarlo: ho perso mamma a fine gennaio, sono figlio unico, dunque erede unico. La mia casa già la ho, ma adesso ho anche altro. Che per me non significa affatto “avere”, bensì “dare”. Tra una cosa e l’altra, con questo evento luttuoso lo stato mi ha rubato, ripeto e sottolineo, rubato cinquemila euro di sole tasse. «Oggi chi ha una casa, e la maggior parte degli italiani ne ha una, non la vive come un tesoro ma come un fardello. Non può venderla senza svenderla. Se aspetta a venderla non può escludere che fra 5-10 anni valga ancora di meno di oggi. Se l’affitta non sempre riesce a coprire i costi della manutenzione e delle tasse. Se non la affitta si dissangua grazie alle molteplici tasse che comunque deve pagare», dice Ricolfi. È verissimo, sulla mia pelle. Come è vero che «gli appelli all’ottimismo, da chiunque provengano, non funzionano più». Ecco perché il dottor Matteo Renzi, quando dice agli italiani di andarsene in vacanza belli allegri, non mi fa affatto ridere. Piuttosto mi fa incazzare.

La Repubblica, Eugenio Scalfari: «Matteo Renzi è bravissimo ma la pagella finora è negativa»

Scalfari non lo leggo/reggo più (in realtà non reggo più nemmeno Repubblica come giornale), ha novant’anni e nonostante i neuroni ancora circolino in grande abbondanza nel suo cervello, non ha più le forze per tenerli a guinzaglio. I suoi chilometrici editoriali sono una disordinata congerie di concetti sconnessi, scoordinati e privi di un filo logico uniforme. Troppe idee s’affacciano nella sua mente, troppe esperienze cozzano una contro l’altra. Troppi galli a canta’, ‘n se fa mai giorno, si dice(va) a Roma. Il dottor Matteo Renzi non è bravissimo. È abilissimo, il che è diverso. E con questo piccolo cambio di aggettivo al superlativo, si riassumono tutto l’editoriale di Scalfari e i risultati che otterrà Renzi.

Ernesto Galli della Loggia, CdS: «Élite avvelenate, gufi e rosiconi»

Le osservazioni di Galli della Loggia sono acute. Spiegano perché non tutte le lobby (questo è il loro vero nome, non “élite”) vedono di buon occhio Renzi, chiarisce perché le correnti più radicaliste ed estremiste delle sinistre gli gufano contro e alla fine spiega perché il primo ministro può non essere simpatico alla stampa, almeno non a tutta la stampa (stampa inteso come sineddoche, non come quotidiano…) che può quindi sembrare rosicona, ma in realtà fa semplicemente il suo mestiere. Al dottor Renzi piace essere chiamato Matteo, e lo ha dimostrato digitalmente. Peccato che non basti e, soprattutto, che gli italiani non siano in grado di apprezzare questa preferenza per il suo vero valore. In un momento in cui l’educazione, il rispetto e la buona creanza sono scomparsi, il lasciarsi chiamare “Matteo” significa solo consentire a qualsiasi animale gli capiti davanti una confidenzialità immeritata. Quindi, il dottor Renzi – per riprendere sopra – è abilissimo, ma sotto questo profilo poco furbo: non si sa vendere.

Concludo. Meno parole, specie in libertà, e più fatti, specie riduzione sprechi pubblici. Meno tasse e meno evasione, altrimenti la ripresa dei consumi resterà una chimera. Meno chiacchiere da politicanti e più concretezza. E per chi gufa, rosica e avvelena, risolutezza. Che si può avere solo con la forza dei fatti, non con le parole.

Propongo: il PIL italiano è fatto da cinque voci, non quattro. 1) Spesa delle famiglie, 2) Investimenti privati, 3) Spesa pubblica, 4) Sprechi pubblici, 5) Esportazioni nette. La soluzione sta nella voce numero quattro. O lo capite, o da qui è meglio andarsene.

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Marco Valerio Principato

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.

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