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Petizione per riduzione stipendi parlamentari: il punto

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28 luglio 2012 - 08:22 | Letture 222 | Commenti 2 | Link breve

La questione della petizione non è una bufala: è autentica. Peccato che, per il quadro che la circonda, ha ben poche possibilità di sortire effetti. Proviamo a ragiornarci insieme?



La prima volta che ho letto qualcosa in Rete sulla petizione per l’eliminazione dei rimborsi di trasferta ai parlamentari ho avuto dubbi: sospettavo si trattasse di una bufala. Poi alcuni giorni fa una timida notizia ha trovato un minuscolo varco in TV ed è riuscita a malapena a essere pronunciata – mi sembra – da una giornalista di un TG, non ricordo quale, comunque come “notizia breve”. E ora vorrei ragionare un po’ sullo scenario.

Innanzi tutto ditemi voi se rappresentare un’istanza popolare alle istituzioni attraverso lo strumento della democrazia può essere definita una “notizia breve” o “di secondo piano”: certamente non vince, nelle redazioni, il test della notiziabilità, concetto che il mondo giornalistico ufficiale spesso rifiuta di diritto ma poi, lo sappiamo tutti, adotta di fatto. Senza contare che le redazioni più importanti, al fine di non perdere anch’esse i privilegi loro riservati (sempre con i soldi dei cittadini), si pronano a “linee guida” che mettono paletti insormontabili alla scelta dei temi da diffondere.

Quando si parla di privilegi alle redazioni, per intendersi, si parla di pubblicazioni che non percepiscono un centesimo di sovvenzione per la loro esistenza in vita, contrapposte a pubblicazioni che invece tacciono del tutto su quanto percepiscono dallo Stato e dove giusto poche voci fuori dal coro ricordano gli importi elargiti. Persino Il Fatto Quotidiano, giornale abbastanza fuori confini rispetto alla media, nel suo logo dice di non percepire alcun finanziamento, benché a quanto si legge pare ci abbia almeno provato. Resta il fatto che i quotidiani italiani, tutti, nessuno escluso, stampano molto più di quel che vendono. E la cosa preoccupante, nei dati pubblicati da Dagospia, è che gli italiani riservano a La Gazzetta dello Sport Lunedì il terzo posto nella tiratura, cioè subito dopo La Repubblica, evidente segnale di quanto selettivi sanno essere sull’informazione che scelgono e a quali temi danno importanza e a quali no. La moda dell’iPad, evidentemente, serve più a far vedere che ce l’hai, piuttosto che a sfruttarlo per leggere in abbonamento il tuo quotidiano preferito senza usare carta. Un po’ come il SUV: razionalmente, per il 99 per cento dei possessori, non serve assolutamente a niente se non a far vedere che loro ce l’hanno e tu no.

Il manifesto dell'iniziativa, predisposto da Unione Popolare

Il manifesto dell’iniziativa, predisposto da Unione Popolare

Ma veniamo alla petizione. Ha avuto inizio da Unione Popolare, ce ne è traccia sul loro sito. Già qui vedo un primo problema: la pagina dice “Referendum contro la casta [...] Al via finalmente la raccolta firme per tagliare gli stipendi d’oro ai parlamentari”. Il messaggio che passa è: si vuole fare qualcosa per ridurre lo stipendio ai parlamentari”.

Peccato che non è proprio così: l’intenzione esatta del referendum (basta leggere il modulo in PDF) è la domanda «Volete voi che sia abrogato l’art. 2 della Legge 31 ottobre 1965, n. 1261, “determinazione dell’indennità spettante ai membri del Parlamento”, pubblicata sulla G.U. del 20 novembre 1965, n.290?».

Il testo dell’articolo della Legge 31 ottobre 1965, n. 1261 dice:

Articolo 2

Ai membri del Parlamento è corrisposta inoltre una diaria a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma. Gli Uffici di Presidenza delle due Camere ne determinano l’ammontare sulla base di 15 giorni di presenza per ogni mese ed in misura non superiore all’indennità di missione giornaliera prevista per i magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate; possono altresì stabilire le modalità per le ritenute da effettuarsi per ogni assenza dalle sedute dell’Assemblea e delle Commissioni.

Un classico della legge italiana, dove nell’epoca (ormai successiva a quella) dell’ipertesto nemmeno il Senato della Repubblica è ancora capace di far sì che con qualche click si possa sapere di quanto si tratta, ma attraverso rimandi nidificati porta alla stanchezza e ripone fiducia nell’incapacità del lettore medio - lo stesso che fa comparire al terzo posto la Gazzetta dello Sport tra i giornali – di perseverare nell’indagine fino a comprendere bene il quadro della situazione.

Per fortuna lo chiarisce Matteo Peppucci su LeggiOggi.it:

Verrebbe da dire: una spending review immediata e senza effetti collaterali, visto che “lorsignori”, ogni qualvolta si recano nella Capitale, percepiscono qualcosa come 3.503 euro (e 11 centesimi). L’aereo in business e l’attico a 4 stelle in via Montenapoleone hanno i loro vantaggi, ma evidentemente anche i loro costi: attenzione, perché qui non si parla degli stipendi ma di un rimborso extra. Comunque sia, in caso di abrogazione della ‘cosa’, si arriverebbe a risparmiare qualcosa come 48 mila euro all’anno per ogni deputato e senatore: forse, ma dico solo forse, da qualche altra parte si potrebbe poi evitare di potare “ad minchiam”.

Poiché i parlamentari sono poco meno di un migliaio (a fronte di un parco sanguisughe complessivo da capogiro che non tiene conto, tra l’altro, di quelli in sede UE), 48mila per mille fa poco meno di 48 milioni di euro all’anno che sarebbero risparmiati, diciamo 45 milioni. Ossia, se i conti fatti da Beppe Grillo sono esatti, ci si pagherebbe poco più di un terzo del solo finanziamento annuo ai giornali, tutto qui.

Quanto al vero oggetto del referendum, dunque, niente che abbia a che vedere con una vera e propria “riduzione dello stipendio”: si tratta del tentativo di ridurre quella che i comuni funzionari dello Stato (io lo ero, per questo lo so bene) chiamano semplicemente “rimborso spese trasferta”, ossia io Stato “ti mando” a svolgere un incarico fuori sede e, per questo, ti rimborso quanto spendi per vitto e alloggio per tutta la durata della missione.

Perché Unione Popolare non lo spiega? Perché parla del molto più ampio concetto di “stipendio”, che nulla ha che vedere con il vero oggetto del referendum? La risposta è sempre la stessa: demagogia. Ossia:

[...]un termine di origine greca (composto di demos, “popolo”, e agein, “trascinare”) che indica un comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore. Spesso il demagogo fa leva su sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l’odio nei confronti dell’avversario politico o di minoranze utilizzate come “capro espiatorio”.

Senza contare che un’iniziativa del genere, per come si trova a esistere, viene accompagnata da un irrefrenabile flusso in Rete di altre iniziative vacue, del tutto prive di efficacia, come la comparsa di una petizione online che vorrebbe sostituirsi a un modulo debitamente firmato, timbrato e controfirmato per autenticità da un funzionario pubblico, senza che tale petizione online sia accompagnata da alcuno strumento di autenticazione elettronica come una firma o un timbro digitali: se in qualche caso strumenti del genere hanno almeno prodotto un po’ di rumore, in questo caso, minacciando il dio denaro, non funzionerebbero mai, non avrebbero nessun peso e non sarebbero prese in alcuna considerazione, purtroppo, ricorrendo a qualunque appiglio di illegittimità normativa (e ce ne sono quanti se ne vuole).

Infine: qualcuno si ricorda che fine ha fatto il referendum per l’abolizione del finanziamento ai partiti politici del 1993? Andate su Wikipedia, che vi ricorderà come sono andate le cose, allora, e dopo:

[...]Il referendum del 1993 e l’abrogazione della norma

Il referendum abrogativo promosso dai Radicali Italiani dell’aprile 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli.

La reintroduzione dei “rimborsi elettorali” nel 1994

Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, la già esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, subito applicata in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l’intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro.

La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996.

Il 4 per mille ai partiti politici (1997)

La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. [...]

Dunque, ammesso e non concesso che questa petizione avesse effetto e che tutto il contesto di svolgimento riuscisse a rastrellare tutti i criteri di legittimità per doverla non-ignorare, in quanto tempo i “rimborsi per le trasferte” verrebbero reintrodotti sotto mutate spoglie, magari chiamandosi “contributi per vitto e alloggio fuori sede degli organi di rappresentanza ” o altre definizioni più fantasiose?

A mio modestissimo avviso, per smuovere il macigno che ci portiamo sulle spalle e che come nazione ci ha (davvero) mandato sul lastrico, ci vuole ben altro. Peccato che non siamo francesi.

Marco V. Principato (921 Posts)

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista, studia Scienze della Comunicazione e si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.




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2 commenti »

  • Fulvio ha scritto:

    Grande articolo, non sapevo che anche i promotori di questa iniziativa, fossero abili manipolatori di parole, in grado di spacciare una riduzione dei rimborsi, come una riduzione di stipendio.

    Cmq credo che l’ unica importante battaglia da sostenere, sia quella per avere maggior democrazia diretta.

    http://www.quorumzeropiudemocrazia.it/wp-content/uploads/2012/04/Sintesi-QZ-riveduta-e-corretta.pdf

    Nel link alla pagina di quorumzero, ci sono alcuni punti chiave che secondo me andrebbero affrontati e sostenuti, soprattutto sostenuti come rivoluzione culturale, in quanto, ecco un’ altra contraddizione, con i referendum abrogativi di cui disponiamo, non possiamo introdurre i referendum propositivi, l’ unico strumento a disposizione è l’ iniziativa di legge popolare, che viene sistematicamente snobbata dal parlamento.

    Per i suddetti motivi ciò che ognuno di noi può fare è condurre una battaglia culturale, informarsi ed informare, in modo da far tramontare questa imperante demagogia e far maturare nel paese un po’ di quello spirito critico, che tanto servirebbe e di cui questo articolo è un fulgido esempio.

    • Marco V. Principato ha scritto:

      Sono perfettamente d’accordo, caro Fulvio. Fai leggere questo post anche ai tuoi amici su FB, dì loro di farlo leggere e soprattutto di fare attenzione alle email, in cui certamente più di qualcuno (me compreso) ha ricevuto l’inutilissimo invito a firmare la petizione online.

      Un saluto

      MVP

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