Stampa post Stampa post
Home » Scuola e Università
Cambia categoria:

Categorie


Corso di Lingua Inglese a Scienze della Comunicazione? Certo!

  • Condividi su WhatsApp
  • Consiglia su Facebook
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su Twitter
  • Condividi su LinkedIn
  • Condividi su FriendFeed
  • Condividi su Pinterest
  • Pubblica su MySpace
  • Invia su Segnalo
  • Invia a Diggita
  • Segnalibro su Google
  • Pubblica su Blogger
  • Condividi su Google Reader
  • Condividi su Google+
4 marzo 2013 - 10:00 | Letture 404 | Commenti 0 | Link breve

Che ci sta a fare un corso di inglese specializzato dentro Scienze della Comunicazione? Se lo si segue, a capire perché c’è ci si mette ben poco. Specie se già si leggono quotidiani esteri.



New Media Literacy: Lesson 1...

New Media Literacy: Lesson 1…

Nel corso di laurea in Scienze della Comunicazione al secondo anno abbiamo un corso di lingua inglese, tenuto dal dott. Enrico Grazzi. Il corso mira a «sviluppare negli studenti di Scienze della Comunicazione la cosiddetta media literacy, ossia la capacità di analisi e la consapevolezza delle componenti testuali e lessicogrammaticali che caratterizzano il linguaggio giornalistico del quotidiano».

Il corso, di cui nella settimana passata vi sono state le prime due lezioni, si sta rivelando molto interessante. Il docente parla quasi interamente in inglese, con accento vagamente… oxfordiano, anche se la sua parlata si è lasciata un po’ tradire da un’inflessione tipicamente statunitense: si è lasciato sfuggire la parola elevator (ascensore), espressione tipicamente americana in quanto in autentico inglese l’ascensore si chiama lift e non elevator.

Ma ciò non toglie nulla all’interesse del corso. La media literacy di cui parla è quella capacità di comprendere, all’interno di un testo, qual è il punto di vista, la posizione, la collocazione politico-economico-culturale di un giornale, che si chiama slant. In una parola, si tratta di percepire l’angle della pubblicazione. Ogni giornalista esprime un particolare point of view, una perspective che può essere o meno evidente: se lo è, nessun problema, altrimenti bisogna acquisire la capacità di rilevarle in quanto possono essere embedded, ossia “incorporate”, ma non nel senso comunemente conosciuto, quanto in quello etimologico, ossia “in-bed”, sotto le coperte, in breve tra le righe.

Come in qualsiasi lingua, non ci si può attendere alcuna reale objectivity, in quanto essa richederebbe di illustrare ogni possibile angle, il che è semplicemente un myth, un mito (per non dire utopico).

Si parla spesso di free press, di “stampa libera”. Ma cosa vuol dire? Esiste davvero o è un mito? E se esiste, “libera” da cosa?

Free Press è un concetto del mondo dell’informazione dove i giornalisti, i reporter (o anche il semplice blogger) vorrebbero tendere a scrivere non facendosi influenzare da alcun condizionamento politico o culturale. Ossia, limitandosi a riportare i fatti il più obiettivamente possibile. Ciò, però, è in contrasto con la natura umana: l’apprendimento, come sosteneva il fisico e filosofo britannico John Locke, prende avvio principalmente dalle esperienze sensoriali. Pertanto, un suono che per alcuni può essere gradevole, per altri può non risultare tale e nel riportarne l’esperienza se ne sarà inevitabilmente condizionati, anche se si può tentare di arginare, di limitare tale condizionamento; ma sopprimerlo del tutto è arte rara.

Dunque, il bagaglio esperienziale di ciascuno di noi è necessariamente soggettivo ed ecco perché l’assoluta oggettività, la totale ininfluenza del bagaglio di esperienze soggettive nel raccontare un fatto è impensabile e, di conseguenza, una vera, autentica “stampa libera” è da considerarsi un mito. Ciò non toglie che esista una differenza sostanziale, apprezzabile, utile e feconda tra chi “cerca”, almeno, di essere “neutro” e chi, invece, si lascia andare e forgia la propria narrazione lasciando ampio spazio ai propri elementi del bagaglio culturale. Ne deriva che leggere informazioni da fonti tendenzialmente free e leggere le stesse informazioni da fonti tutt’altro che free è un procedimento estremamente fecondo, capace di mettere in luce dettagli altrimenti non  facilmente rilevabili.

Proprio per questo – e per molte altre ragioni – è bene acquisire l’abitudine di avere sempre consapevolezza dell’environment, di quel che in italiano si direbbe “ambiente” intorno alla pubblicazione che si legge. Chi è il proprietario, l’editore, qual è l’orientamento politico, economico, culturale dell’editore, a quali classi sociali si rivolge, con quali intenti, e via discorrendo.

L’importanza di questa distinzione è abbastanza contenuta nel mondo “offline”, cioè quello su carta, ma acquisisce particolare rilevanza nel mondo online. Infatti, come tutti sappiamo, la possibilità di leggere gratuitamente pubblicazioni di rilievo come il New York Times deriva sostanzialmente da un fatto: la pubblicità. Sono gli inserzionisti che pagano: l’editore incassa del denaro per pubblicare i loro annunci e cerca così di coprire i costi, di pagare i giornalisti, i servizi e le infrastrutture.

Ma se un giornale ha, tra i suoi “sponsor”, un produttore petrolifero, quanto è ragionevole aspettarsi che nel suo palinsesto compaiano articoli che sottolineano l’importanza della riduzione dei consumi di petrolio, il contenimento del traffico urbano e l’opportunità di adottare fonti energetiche alternative per il trasporto? Ben poco, è ovvio. E questo non – banalmente – perché sia la pubblicazione stessa ad “astenersi”, ma perché gli inserzionisti, specie negli Stati Uniti, hanno molta più voce in capitolo di quanto si possa credere. Sono essi stessi a dire, a chiare lettere: “niente articoli contro i consumi di petrolio, o vi strappiamo il contratto”. E l’editore, oggi che al mondo online non si può rinunciare, cosa fa? Semplice: piega la testa e acconsente, convoca immediatamente la riunione di redazione e sentenzia: niente articoli contro i consumi petroliferi, o qui ci tolgono il cibo, chiaro?

Allo stesso modo, se una pubblicazione (o un medium radiofonico/televisivo, stessa cosa) appartiene a qualche grosso magnate (dice niente un certo Rupert Murdoch, per esempio?, oppure, in più piccolo, un certo Silvio Berlusconi?), c’è da aspettarsi un’impronta di alto livello culturale, di elevazione morale, di crescita sociale? Naturalmente no: basta guardare che differenza c’è tra le programmazioni delle reti Mediaset e quelle delle altre reti, con particolare riferimento a certi tipi di programmi (del tipo Isola dei Famosi e simili) e soprattutto alle scelte in termini di palinsesto, come le fasce orarie scelte e le percentuali.

Facciamo un esempio: guardiamo al grande quotidiano The New York Times. Perché è assai difficile che su quel quotidiano ci possa mai essere un articolo che “parli male” dei blogger e della blogosfera in generale?

Per trovare la risposta non basta osservare che esso stesso ha dei blog affiancati alla pubblicazione online; bisogna vedere di chi è quel quotidiano. Esso appartiene alla New York Times Company, la holding che possiede, oltre a quel giornale, diverse altre pubblicazioni e svolge diverse altre attività. Come tutte le holding, essa investe parte delle sue revenue, dei suoi profitti. Tra questi investimenti, come si apprende dall’apposita pagina del sito della Company, ve ne sono anche in Automattic, che è proprio l’azienda in cui viene sviluppato e distribuito WordPress, il “motore” della stragrande maggioranza dei blog, incluso quello che state leggendo. Chiaro il meccanismo?

Ecco, questo piccolo dettaglio – insieme a tutti gli altri simili – fa parte della media literacy necessaria per leggere consapevolmente quel quotidiano. Il criterio vale sempre: anche su La Repubblica, quotidiano che è sempre stato uno strumento per “dare voce” alla sinistra politica, sarà assai difficile trovare un articolo che dia addosso a Pierluigi Bersani, per lo stesso motivo. Anche se vi fosse un frangente in cui l’on. Bersani avesse torto marcio, su quel quotidiano vi sarà sempre un certo ridimensionamento, tale da presentare il torto in maniera meno prevalente, da “abbiamo non-vinto” invece di “abbiamo perso”, insomma (cit.)…

Va da sé che, prima di vedere su un quotidiano una “notizia” vera e propria, specie nel mondo del giornalismo anglosassone, vi sono molti e molti stadi da superare. Si parte da ciò che è semplicemente un fatto, puro e scarno. Così com’è, esso di solito afferisce alle agenzie di stampa. I giornali sono tutti collegati con le agenzie (anzi, molti di essi ne possiedono quote rilevanti, se non maggioritarie). Al loro interno, in base alla linea editoriale prescelta dal direttore, si deciderà cosa deve diventare una notizia e cosa no, come, con quale enfasi, con quali arricchimenti. Ma si dovrà anche decidere se quella notizia, oltre a essere tale, sia o meno in contrasto con gli sponsor, se sia stata già seguita, se è adatta per il proprio pubblico, se ha chance di destare interesse e quanto, per quanto tempo dovrà essere seguita, e via discorrendo.

Oggi queste non sono decisioni facili da prendere. Proprio il New York Times, come raccontavo altrove, per farsi “aiutare” in questo compito ha scelto il supporto dei Big Data per “decidere quale top story mantenere visibile, e per quanto tempo”. Dimostrazione evidente che anche lo stesso direttore responsabile del giornale, gli stessi caporedattori, redattori, correttori di bozze, copisti e addetti al desk hanno bisogno di una notevole media literacy. La carta perdona, la Rete no…

Marco V. Principato (1062 Posts)

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista, studia Scienze della Comunicazione e si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.




Etichette: ,,


  • Condividi su WhatsApp
  • Consiglia su Facebook
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su Twitter
  • Condividi su LinkedIn
  • Condividi su FriendFeed
  • Condividi su Pinterest
  • Pubblica su MySpace
  • Invia su Segnalo
  • Invia a Diggita
  • Segnalibro su Google
  • Pubblica su Blogger
  • Condividi su Google Reader
  • Condividi su Google+
COMMENTI (locali)

Lascia un commento (locale)

Aggiungi di seguito il commento, oppure trackback dal tuo sito. Puoi anche abbonarti a questi commenti via RSS.

Sii gentile. Massimo 1 link o sarà moderato. Pulizia nel testo e rimanere in tema. Niente spam, per favore.

Puoi usare questi tag:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

COMMENTI (Facebook)