Scuola e Università

Il lavoro, il maledetto lavoro, i giovani, i titoli di studio

L'icona che occorre essere disposti a dimenticare
L’icona che occorre essere disposti a dimenticare

Sono ormai laureando in Scienze della Comunicazione. Non essendo più un ragazzo da un bel pezzo, l’ho fatto in età piuttosto matura (mi sono immatricolato nel 2011, avevo 51 anni). Perciò, con me le varie denigrazioni sul genere “Scienze delle Merendine”, “Scienze della Ricreazione” e cose del genere non attaccano, come non attacca l’intero genere letterario che con disinvoltura si crogiola nel denigrare e disilludere questi poveri ragazzi disorientati, ineducati((Attenzione: ineducati non significa maleducati, ma non educati. È la realtà, oggi impartire l’educazione è diventato fuori moda, più che altro perché mancano sia gli educatori che le capacità di educare, con le nuove pseudo scuole di psicologia infantile che hanno messo al bando anche il sano ceffone, naturalmente elargito quando ci vuole e mai gratuitamente. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.)) e abbattuti, “rei” di aver fatto una scelta che quel pezzo di società intorno a loro sembra voler dire «è stata la scelta sbagliata».

C’è un pezzo interessante al riguardo, pubblicato qualche tempo fa da Return On Academic Research (ROARS), in cui si tenta uno spaccato dello scenario abbastanza preciso. Si intitola: «Infermiere e pizzaiolo: il lavoro c’è, nessuno lo vuole… o no?».

L’intelaiatura della prosa adottata è questa: panoramica di titoli di giornali e di tutta una sorta di letteratura nata sul tema, il cui obiettivo è mettere in evidenza l’esistenza di un mercato di domanda di lavoro((In macroeconomia si definisce domanda di lavoro quella generata dalle imprese che cercano persone disposte a lavorare, mentre si definisce offerta di lavoro quella generata dalle persone disposte a lavorare. Cfr. p. es. Capolupo, Equilibrio macroeconomico neoclassico, Dip. Scienze Ec. e Metodi Mat., Università di Bari, in http://www.dse.uniba.it/Corsi/docenti/Capolupo/macro%204_.pdf.)) sostanzialmente ignorato dai giovani, per via delle sue possibilità di collocazione in settori non dirigenziali, non manageriali, non da “colletti bianchi”, non da ufficio, con presunte prospettive economiche modeste. A seguire, qualche esempio di giovani che, laurea o non laurea, hanno deciso di assecondare tale mercato e fruirne, piuttosto che restare in perpetua attesa dell’agognata “poltrona” che, in Italia, potrebbe non arrivare mai.

Quindi, uno specifico paragrafo dedicato proprio al mio corso di laurea, Scienze della Comunicazione, verso il quale esiste da tempo un’avversione ingiustificata, mai corroborata da dati di fatto, alimentata da voci anche autorevoli come il Corriere della Sera, dove in un articolo del 24 ottobre dello scorso anno si leggeva: «Bisogna convincere i nostri figli che laurearsi a 27 anni in Scienza delle Comunicazioni (sic: notare corsivi miei) difficilmente apre prospettive nel mondo del lavoro». A questa si potrebbe aggiungere quella di Bruno Vespa, che già anni fa si è prodigato in proclami del tutto vacui contro questo corso di studi.

Il grosso guaio, racconta il sito di ROARS, è che poi certe affermazioni vengono prese sul serio e quei corsi finiscono «nella “black list” di quelli per cui “non si ravvisa l’opportunità dell’aumento dell’offerta formativa”, nemmeno da parte di atenei privati».

Fortunatamente ci sono diverse testimonianze che smentiscono questo assurdo assunto, a partire dalle statistiche di Almalaurea dove sono gli studenti stessi a ritenere, nel 39,1 per cento dei casi, poco efficace la loro laurea. Non dicono, però, con quale voto si sono laureati, con quale media hanno svolto la propria carriera universitaria, se sanno o meno sfruttare il know-how che dovrebbero aver “asportato” dall’università. Lo stesso articolo di ROARS racconta, invece, del successo di quel corso di studi nel collocare i giovani nell’area manifatturiera del nord-est d’Italia.

Non posso dimenticare, a proposito di preparazione, una persona (sarà stata tra i 30 e i 40 anni, sedicente laureata nel mio stesso corso di studi), che a una mia domanda specifica su una delle discipline in genere studiate in tutte le università dove ci sia un corso di Scienze della Comunicazione (linguistica), ha candidamente ammesso: «non mi ricordo niente, ormai sono passati tanti anni e ho rimosso tutto quel che ho fatto». Avrei voluto chiederle il suo voto di laurea, ma mi sono astenuto, chiedendomi quale diritto reale e concreto abbia di essere ancora chiamata dottoressa, ma lasciamo stare.

Quel che mi preme ricavare da tutto ciò è il “quadro” della situazione. La “qualità” degli studenti è spesso scarsa e le lauree – salve le “eccellenze” che hanno mirato ai massimi voti, ancora con qualche speranza – hanno perso di prestigio, spessore e valore; la situazione della domanda di lavoro “qualificato”, in Italia, segue quello che è da molti anni il divario nord-sud, con un rapido calo delle imprese attive non appena ci si allontana dal nord e, comunque, tale domanda proviene da un macrosettore ormai quasi residuale; una situazione politica ormai insostenibile da decenni, che persiste nello spolpare l’Italia e gli italiani da tutto lo spolpabile senza dare in cambio nulla di concreto e costruttivo, a partire da un’assoluta mancanza di tutela del territorio e dei suoi valori per finire all’assenza totale della ricostruzione dell’intero tessuto educativo, sociale, didattico, economico e politico.

Tra poco, in Italia, saranno più gli immigrati e gli extracomunitari che gli italiani, zingari e rom assortiti hanno già oggi più diritti (e più “sovvenzioni”) dei cittadini, la legge non è uguale per tutti, la certezza dell’impunità è ai suoi massimi storici a tutti i livelli, la corruzione non è diminuita (si è solo “nascosta” meglio), la politica fa promesse che non mantiene quasi mai, caste e privilegi sopravvivono alla grande a qualsiasi tentativo di rimozione, il livello del reddito non trova equilibrio e, anzi, sempre meno persone detengono la maggior parte della ricchezza e sempre più persone precipitano nella soglia di povertà.

Non si tratta di essere pessimisti, ma realisti. In un quadro del genere può sopravvivere (ma non vivere) giusto chi come me si è trovato a poter usufruire di un’uscita dal mondo del lavoro – in piena regola e con tutti gli anni contributivi pagati, sia chiaro – e a non “dipendere” più da quel mercato. Ma per tutti gli altri, in particolare i giovani, c’è un paradosso: sarebbe meglio che non emigrassero perché sono l’unica fonte di “produzione” possibile (intesa in senso macroeconomico), ma non possono far altro che emigrare perché altrimenti non ci sono prospettive di vita – e soprattutto di qualità di vita – per loro.

Possono sopravvivere ancora, aggrappandosi con le mani e con i denti, se accettano di svolgere anche attività  scollegate dal loro (eventuale) corso di laurea, incluse quelle meno intellettuali e più manuali, se sono disposti a mettere da parte i propositi e le mire di alto livello, se comprenderanno che è assurdo presentarsi da un docente con una tesi di laurea palesemente copiata (me lo ha appena raccontato la mia relatrice) e poi prendersela anche a male se il docente se ne accorge e rifiuta loro di accoglierli tra la rosa dei laureandi, dimenticando che se così non facesse, il docente si renderebbe responsabile di un ulteriore affossamento del valore della laurea ed è normale, considerando un certo margine di riuscita di truffe del genere (i docenti sono umani, non sono onniscienti), che prestigio e valore dei nostri titoli cadano in picchiata rendendo sempre meno appetibile la nostra offerta di lavoro anche all’estero.

È vero, come sostiene MondoLavoro – da cui è tratta l’immagine in apertura – che «tra i titoli che rendono di più si classificano ai primi posti Ingegneria ed Economia: i dati di una ricerca curata dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti, infatti, mostra che a parità di condizioni un laureato in queste discipline guadagna in media 10mila euro all’anno in più rispetto ad un laureato in materie umanistiche».

Ma è anche vero – continua MondoLavoro – che «la bravura, per fortuna, premia: chi si è laureato con il massimo dei voti guadagna il 50 per cento in più dei colleghi che hanno conseguito il proprio titolo con voti più bassi». Capito? Il cinquanta per cento, non spiccioli. Il che fa abbondantemente coprire il divario tra materie scientifiche e materie umanistiche (ricordo che Scienze della Comunicazione rientra tra queste ultime). Per questo mi adiro quando i miei colleghi giovanissimi prendono i voti in carriera all’insegna del “puntiamo al 18 ed è un esame in meno”. Un esame in meno per colpa del quale, probabilmente, andrete a fare le pizze o a coltivare orti, nonostante la laurea. Ma la colpa non è vostra, ragazzi, non ve la prendete: la colpa è di chi (non) vi ha educato.

Se qualcuno, dalle parti di Palazzo (ma anche tra i cittadini), volesse rendersi conto di tutto questo, forse potremmo tentare una risalita. Ma se continuiamo a procedere con il prosciutto sugli occhi, da questa impasse non si esce.

Fate voi. Adesso, da buon esperto in “Scienze delle Merendine” e “Scienze della Ricreazione”, chiudo il becco: ho parlato anche troppo.

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Marco Valerio Principato

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.

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