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Pier Luigi Celli: "Figlio mio, lascia questo Paese"

1 dicembre 2009 Letture: 768 3 commenti Short Link

Ahi, ahi, che  dolore. Un personaggio come Pier Luigi Celli, ex direttore generale RAI e ora direttore generale della LUISS, che «si veste da padre» e scrive al figlio, ormai al termine dei propri studi, suggerendogli di fare la valigia e lasciare l’Italia.

Stamane ne ha dato qualche cenno Enrico Vaime nella sua rubrica Trafficando, in onda al mattino su LA7. Quelle poche parole che Vaime ha citato mi hanno incuriosito e ho trovato il testo integrale della lettera che, vi assicuro, vale la pena di leggere: è stato pubblicato integralmente da La Repubblica Scuola & Giovani.

Dopo la lettura, per quanto mi riguarda estremamente toccante, anche se a 50 anni potrei dire “non è (più) un mio problema”, mi ha lasciato senza fiato. Dipinge con una precisione micrometrica l’esatta realtà dell’attuale Italia. Un’Italia in cui sono nato anch’io e nei cui confronti vedo esattamente le stesse cose.

Ho un nipote in “crisi”: ha già cambiato due volte facoltà, non ha ancora deciso quale strada vuole intraprendere. E comincia a esser grandino, a quest’ora poteva essere quasi laureato. Forse, appena presa la laurea, gli converrà sparire da questa società “divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti”, come scrive Celli. Già, una laurea: un pezzo di carta che oggi devi avere per forza, altrimenti non riuscirai nemmeno, come scrive Celli, a cominciare “guadagnando un decimo di un portaborse qualunque”.


<p>Emigranti italiani, epoca II guerra mondiale</p>

Emigranti italiani, epoca II guerra mondiale

Perché oggi una laurea è così indispensabile, quando ai miei tempi non era considerato indispensabile neanche un diploma di II grado? Semplicissimo: perché il livello medio di cultura è sceso ai suoi minimi (spero) storici (peggio di così, sarebbe disastroso). Perché la preparazione che dà oggi un corso di laurea, rispetto a quella che si poteva ricavarne ai tempi in cui io ero studente, è inferiore a quella che ai miei tempi forniva un diploma. I punti? Ma quali punti? Ai miei tempi di studente, l’unico modo per fare punti era studiare, andare all’esame e sperare nell’agognato timbro sul libretto universitario. Ogni esame… bisognava fare minimo 18 punti, meglio se si riusciva ad averne 30, altro che storie. E non c’era nessun altro modo per avere punti.


Sfido, io, che poi all’estero cominciano a dire che in Italia le lauree si prendono coi punti Mira-Lanza. Ma proprio perché non tutti gli Atenei sono uguali, proprio perché ci sono ancora giovani desiderosi di emergere da questo mare di (censura), forse la cosa migliore è ricordare ciò che hanno fatto i nostri nonni (vedi figura). Ricordare, come ha sottolineato Vaime, che anche il Maestro De Filippo, ai giovani che gli chiedevano cosa fare in Napoli Milionaria, rispondeva: “Iatevénne” (andatevene).

Si romperanno certamente legami familiari, in alcuni casi profondi, ci sarà – almeno inizialmente – da soffrire ma, come ho sempre pensato, è il male minore. L’Italia è bellissima, ma da turisti: viverci è tutta un’altra cosa.

Giovani: se avete dei valori, se ci tenete all’amor proprio, se volete riconosciuti meriti e diritti, non pensate che basta andare in America: là, non si può giocare a fare gli italiani. Là, concetti come il lavoro per obbiettivi, lo scheduling e il planning sono concetti reali, davvero usati, non fantasiosi. Ma ne vale la pena. Inizialmente si soffre, ma le ricompense ci sono. In Italia, è meglio venirci da stranieri.

Andatevene, finché siete in tempo.
UPDATE: Ve lo ricordate, questo?


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