Idee e pensieri

«Ma hai ancora il blog?»

Me lo ha chiesto più di qualcuno. Si, ce l’ho ancora, per una serie di ragioni. No, non c’entra l’età. C’entra la consapevolezza del funzionamento dei social, in particolare Facebook che – piaccia o no – è “il” social network.

Qui sono a casa mia. Sono io che decido, su tutto. Quindi sono io, proprio io, così come sono. «Ma vedi, ormai nessuno lascia commenti perché ormai tutto si svolge su Facebook». Si, certo, è vero. Ma Facebook non è un blog. La parola blog viene da web-log. In inglese, log significa registro, Web lo sapete tutti. Quindi un blog è un registro sul Web e lo è ancora, adesso come tanti anni fa.

Un registro non può essere “manipolato” come lo è Facebook. Trasmette segnali che Facebook non può trasmettere. Per esempio: se non pubblico nulla sul blog, c’è un motivo, connesso direttamente a me e solo a me. Se non pubblico nulla su Facebook, la mia “voce” è semplicemente sostituita da quella di altri e, a meno che non si venga direttamente sulla mia bacheca, potrebbe non accorgersene nessuno.

Sul blog non ci sono censure: sono io che decido cosa pubblicare e cosa no, e io che ne rispondo solo di fronte alla legge. Su Facebook non è così: oltre alla legge, ne rispondo anche a Mark Zuckerberg. E se pubblico la foto di un nudo (artistico, eh!), me la potrebbe censurare, come accaduto a Vittorio Sgarbi quando pubblicò una sua foto accanto al quadro “L’origine du monde” di Gustave Courbet, custodito al Musée d’Orsay di Parigi.

Sul blog non esistono “parole importanti” che fanno “viaggiare” un post: sono io che decido se un post è più importante di altri e chi legge ha un’altra occasione per percepire il mio pensiero senza filtri.

Sul blog è possibile risalire a qualunque post, anche molto vecchio, in pochi istanti: ha il suo motore di ricerca interno che agisce su tutto il corpus, si direbbe in linguistica (cioè su tutto l’insieme di testi che contiene). Su Facebook è molto più difficile: se i post non sono pubblici non ti aiuta neppure Google, devi usare gli strumenti messi a disposizione da Zuckerberg, il quale ti fa trovare quel che a lui fa comodo, non necessariamente quello che cerchi.

«Ma ormai, eccetto pochi e ben noti siti, le visite sono minime, a volte nulle». Non importa. Quel che scrivo però è lì, nessuno lo tocca, nessuno lo “prioritizza”, nessuno lo “retrocede”, nessuno lo “valuta” in funzione della sua capacità di portare click, traffico, viralità, niente di tutto questo. È come fosse un “segnalibro espanso”, dove prendo nota di un certo argomento e poi, quando serve, lo riestraggo e lo riuso. Su Facebook questo è quasi impossibile.

Non ho distrazioni, non ho “bacheche” dove leggo che “tizio ha commentato il post di caia, caia ha messo mi piace alla pagina di sempronio”, non ho notifiche col pallino rosso che mi fanno allontanare il pensiero da ciò su cui mi stavo concentrando. Facebook ci ha provato con le note, ma poi le note le ha anche penalizzate e circolano poco. Per questo, quando ho aperto la mia pagina politica su Facebook, ho subito dopo deciso di aprire anche un blog politico (che non è questo): per gli stessi motivi appena delineati.

Non mi da fastidio, non mi pesa, non mi interessa se diventa famoso o no. L’unica cosa da fare è pagare il servizio di Hosting (chi te lo “tiene online”, insomma): finché posso permettermelo, non mi crea problemi.

«Ma il futuro delle “conversazioni dei mercati” è su Facebook, non sui blog». Sì, adesso. L’espressione “i mercati sono conversazioni” viene dal ClueTrain Manifesto, di cui è la prima tesi. Si tratta di un documento del 1999 i cui fondamenti sono radicati nell’architettura di Rete dell’epoca.

Dieci anni dopo Giampaolo Fabris, in uno dei suoi ultimi lavori, definiva il societing, cioè il marketing della società postmoderna. Nel libro sono sostanzialmente esposte dieci tesi con cui l’autore delinea i cambiamenti che il marketing sta affrontando nel restare consapevole dei cambiamenti della società postmoderna. Ha assoluto bisogno di esserne consapevole: “Il rischio, altrimenti, è che il marketing combatta le sue battaglie con le armi del conflitto precedente”.

Pertanto, non è che adesso che Facebook è arrivato, ha dettato – e detta – legge, nulla cambierà più: i cambiamenti sono continui. E siccome Zuckerberg impone i suoi cambiamenti in funzione dei suoi interessi, non certo di quelli delle comunità, le grandi masse a cui egli si rivolge, laddove prive della necessaria cultura e autonomia di giudizio, semplicemente gli andranno dietro e faranno quel che dice lui.

Una ragione in più per mantenere il mio personale regno, nel quale non c’è Zuckerberg che tenga: sono le mie idee, il mio spazio, la mia essenza di vita. Dove chi si trova bene può entrare ed è il benvenuto, chi non si trova bene è perfettamente libero: io non costringo nessuno.

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Marco Valerio Principato

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.

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4 thoughts on “«Ma hai ancora il blog?»”

  1. Non uso Facebook perchè finora sono riuscito a stare senza e spero di continuare a farlo.
    Concordo in toto con quanto scrive, complimenti

  2. Carissimo Axum, ovviamente concordo su tutto… se sei di Roma o capiti a Roma, magari potremo suggellare le identità di vedute davanti a un caffè.

    A presto e grazie per l’intervento.
    Saluti
    MVP

  3. Carissimo,
    qui, com me, sfondi una porta aperta. Mi piacciono le metafore e pure le analogie.
    Un blog è casa tua. In casa ci vengono gli amici. Ci vengono perché a loro piace parlare con te. Talvolta ci vengono perché hanno bisogno di aiuto, anche se soltanto morale.

    Un s. n. è come un centro commerciale: ci vanno gli avventori fidelizzati e/o chi adora le conversazioni occasionali, come in ascensore o in sala di attesa (un tempo avrei detto “in treno”). Ci vanno con l’intenzione di ricavarne qualcosa, cedendo denaro o “riempiendosi gli occhi”. Ci vanno per solitudine grave in casa o per mancata combriccola. Ci vanno perché “in maschera” è tutto più facile. Ci vanno persino per noia, e talvolta per dimenticarsi quanto sia bello co-mu-ni-ca-re, anziché blaterare tanto per…”.
    Uno come Zuckerberg, è da ammirare, sotto il profilo imprenditoriale, perché conosce bene il comportamento delle masse. Sai meglio di me che la medesima ricetta, nella storia, ha sempre funzionato. A colui che si affaccia dal balcone non importa che il coro sia intonato o stonato; l’importante è la crescita del numero dei vocianti e degli urlanti che inneggiano. Stando all’importanza che oggi hanno i dati personali e le tendenze di ognuno, su qualsiasi ambito e target, Zuc ottiene quel che vuole senza sforzo alcuno. La storia si ripete: il pastorello dà un contentino e molti divieti, e le greggi sono felici.
    La viralità dei contenuti? Ha sempre funzionato, fin dai tempi del passaparola, politico o sociale.
    I nudi? Il divieto tiene sempre botta, fin dall’inquisizione, invece un bambino morto annegato, ma vestito, è normale, persino lecito: diventa… iconico. La violenza verbale? Uno stile di vita; ma di persona, i suddetti violenti, li vedi in tutto lo splendore tipico degli autentici pusillanimi.

    Due punti di affinità: Sgarbi e il M5S.

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