
Nuove tendenze: non più (o non solo) Pay Per Post, ma anche Pay Per Tweret
Da qualche tempo si intravedono nuove tendenze nella microsfera del microblogging: chi può, twitta per denaro. Eh, sì, e non succede mica da oggi.
Francamente, sul piano concettuale mi piace poco. Twitter nasce come SMS 2.0, come strumento di comunicazione veloce, immediato e in grado di lavorare anche su connessioni cellulari a traffico, perché di traffico ne fa pochissimo.
C’è però una certa involuzione dell’advertising, una crisi che a mio personale avviso ha connotati ben diversi da quelli che in Rete si vogliono far credere: secondo me, almeno sotto certi aspetti si tratta di quella che in dialetto romanesco si definisce una manfrina, ovvero una sceneggiata tesa a ottenere risultati diversi da quello che le normali circostanze conducono a ottenere.
Infatti, i tempi cambiano: secondo Alexandra Samuel, che scrive sul blog della Harvard Business Publishing, il “capo” va attirato su Twitter. I vantaggi sono molteplici: si sa cosa pensa, lo si può moderatamente influenzare, gli si permette una maggiore visibilità, gli si offre un punto di contatto con i clienti dell’azienda (che altrimenti non c’è, vedi call center) e varie altre dinamiche. Una cosa impensabile, fino a qualche anno fa.
Questa capacità di penetrazione, ovviamente, da qualcuno con meno… scrupoli è subito stata vista sotto l’aspetto profitto. Nasce così, secondo ValleyWag, la nuova era del Pay Per Post, cioè di quella tecnica di cui molti usufruiscono – alcuni senza dirlo apertamente, altri lo fanno capire – che consiste nell’essere pagati per parlare di un determinato oggetto o argomento da pubblicizzare, grazie alla propria notorietà.
Per questo si legge, oggi, Brad Stone che sul New York Times esordisce: “occhio, il tweet del tuo amico potrebbe essere una pubblicità”. Niente di strano anche se, lasciatemelo dire, la vedo un pò una mercificazione di quello che dovrebbe essere un piacere, quello di condividere qualcosa con altri.
In Italia questa tendenza ancora non è gran che recepita: l’Italia è molto indietro, da questo punto di vista. Ma sono convinto che prima o poi il concetto busserà alla porta. Sulla strada ci siamo già: basta guardare “blog professionali” come OneBlog, Blogosfere o Blogo: cosa vuol dire “professionali”? No, sbagliato: non significa (necessariamente) che chi ci scrive sono solo professionisti. Significa semplicemente che si viene pagati per scriverci. Lo so bene, per un pò ci ho scritto anche io.
Bello lo è, perché scrivi in un luogo molto frequentato e guadagni anche qualcosa. Ma, a mio avviso, quella non è più blogosfera vera, è un’altra cosa. Dunque, non è strano che il Pay Per Post si stia anche incarnando nel Pay Per Tweet.
No?
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