HP, Intel, Yahoo, cloud computing. E la privacy?

Di che si parla

Si stanno affannando tutti a parlare della recente iniziativa (fine luglio) di HP, Intel e Yahoo che, insieme ad altri big nel campo della ricerca, stanno costruendo il baluardo di una delle architetture più potenti del mondo, basata sul c.d. cloud computing. Ma manca qualcosa, ed è bene chiarirla.

Per fare un esempio banale a chi non sa di cosa si parla, partiamo dai risultati: un effetto positivo del cloud computing può essere quello dell’impiego di Google Docs, l’applicazione online di Google che consente – in breve – di editare, formattare e memorizzare documenti à la Word ma online, attraverso il browser. Il vantaggio è quello di non avere alcun bisogno di uno storage locale e neanche di un proprio computer: tutto è memorizzato sui server di Google. Questo svincola da ogni preoccupazione di integrità dei dati e backup, ma non solo: in qualunque luogo del mondo dove ci sia un computer dotato di un browser e un collegamento ad Internet, basta entrare con il proprio account Google et voilà, eccoci pronti con la nostra libreria di documenti disponibile on the fly, senza essersi portati al seguito alcun supporto e neanche l’ombra di un computer (cosa questa, ultimamente, molto utile).

<p>Architettura di base del Cloud Computing</p>

Architettura di base del Cloud Computing

Per tutto questo, però, si paga un prezzo. Prima di tutto, la privacy e la segretezza: ovvio che chiunque abbia un briciolo di intelligenza in testa non memorizzerà mai in questo modo informazioni riservate. Di informazioni riservate ne esistono molte più di quanto si possa immaginare: non si tratta solo degli atti classificati di strutture particolari come quelle di Informazione Militare o dei Servizi di Informazione e Sicurezza. Le grandi aziende chimiche, ad esempio, quasi sempre ne hanno perché possono avere risvolti sotto il profilo economico e industriale oppure sotto il profilo della sicurezza dello Stato.

Nel primo caso, l’esempio tipico è la formula chimica esatta della Coca Cola (che non è la semplice indicazione degli ingredienti apposta sulle confezioni): se fosse diffusa, crollerebbe uno degli imperi economici più grandi del mondo, perché chiunque potrebbe fabbricarla identica. La formula non è custodita con la tutela dei meccanismi di Stato perché non ne andrebbe inficiata la sicurezza nazionale, tuttavia la possenza dell’industria alle spalle, grazie a meccanismi di protezione privati che fanno invidia alle stesse pubbliche amministrazioni fa sì che sia più facile venire a conoscenza di tutte le basi militari segrete russe che non della formula della Coca Cola.

Nel secondo caso, invece, spesso ci sono accordi tra le Autorità che tutelano la segretezza delle informazioni e le aziende chimiche, ove queste scoprano sostanze in grado di minare la sicurezza di uno stato o, peggio, dell’intero pianeta. Si pensi a composti che rientrano nella categoria NBC (nucleare, batteriologica e chimica), un settore che occupa interi dipartimenti delle amministrazioni militari di tutto il mondo. Ne deriva che determinate sostanze, la cui formula e relativo processo di produzione sono stati scoperti da un’azienda, vadano tutelate con ogni possibile metodo per evitarne – anche da parte di qualche buontempone dell’azienda stessa – impieghi inadeguati.

Tutto ciò che non rientra nei due esempi precedenti e tutto ciò che, in ossequio alla propria personale intelligenza, si reputa non soggetto a tutela della riservatezza può essere memorizzato in una realtà di cloud computing, ma tutto il resto no.

Passando alla realtà

La rete è piena, satura di esempi di impiego di cloud computing che non tiene minimamente conto del concetto di segretezza e privacy che abbiamo appena chiarito. Invece di portare esempi, preferirei che si meditasse su alcune parole, sfuggite quasi a tutti, presenti nell’articolo di Technology Review che cita l’iniziativa dei big:

The project’s large scope will allow researchers to test and develop security, networking, and infrastructure components on a large scale simulating an open Internet environment. But to test this infrastructure, academic researchers will also run real-world, data-intensive projects that, in their own right, could yield advances in fields as varied as data mining, context-sensitive Web search, and communication in virtual-reality environments.

Per chi non capisce l’inglese: «Il vasto obbiettivo del progetto consentirà ai ricercatori di provare e sviluppare componenti infrastrutturali, di rete e di sicurezza su larga scala, simulando un ambiente Internet aperto. Per provare queste componenti i ricercatori faranno anche funzionare progetti reali che trattano grandi quantità di dati che porteranno a progressi nel campo del data mining, della ricerca contestualizzata sul Web e della comunicazione negli ambienti di realtà virtuale».

Chi ha orecchi per intendere, intenda. Le frasi che ho messo in corsivo sono quelle chiave. Nel mondo ormai si profilano due giganti: segretezza e privacy da un lato, e chi vuole prorompere al di là dei loro muri di protezione dall’altro. Chi paga? Gli interessi economici. Dunque una lotta tra Davide e Golia, da cui sono escluse le grandi e importanti entità sopra descritte, che hanno mezzi di imponenza sufficiente a difendere i propri segreti.

Questo non è un allarme per la privacy, ma è un segnale. Ricordiamoci che se il cloud computing può essere comodo, per contro ha dietro potenze di calcolo molto grandi e distribuite. Un’informazione che non volevamo diffondere, una volta entrata nella nuvola, è diffusa ed è come la pallottola uscita dalla canna di una pistola: impossibile riacciuffarla. Perciò:

  1. moderazione
  2. attenta valutazione dei contenuti
  3. diligente scelta e accorta custodia delle password di accesso
  4. adozione di un principio: “ciò che è scritto sul cloud computing è (quasi) come averlo scritto su un muro, esposto al pubblico”
  5. dice niente il recente arrivo di Google Insights for Search? Questo è solo l’inizio

Meditiamo attentamente: il Grande Fratello si fa sempre più grande e sempre meno fratello.

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