Costume e società

C’è un motivo se stiamo sempre a smanettare con il cellulare

Concordo sull’analisi dell’articolo de L’Espresso con titolo identico. Ho anche letto Massa e Potere di Elias Canetti (ed. Adeplhi), di cui parla tra gli altri l’articolo, che dice «questa attività delle dita è la più remota che si conosca, ed ha permesso alle dita stesse di diventare il delicato strumento che oggi ammiriamo». Forse, però, c’è un’ulteriore riflessione da fare.

Dice, poi, Darian Leader (lo psicoanalista inglese): «digitare offre una via di uscita dalle situazioni di vicinanza». Cioè, al “timore” di saper gestire una situazione sociale intersoggettiva a distanza ravvicinata.

Il che mi fa pensare subito a Piero Dominici((Piero Dominici, La comunicazione nella società ipercomplessa – Condividere la conoscenza per governare il mutamento, Franco Angeli, Milano 2011.)): l’aumento della complessità, talmente granularizzato da diventare “ipercomplessità”, come lui l’ha definita, potrebbe essere responsabile di un sovraccarico cognitivo al quale in gran parte non siamo abituati né preparati, ed è per questo, secondo me, che molti “scaricano” quella tensione social-cognitiva attraverso la digitazione e lo scroll compulsivi.

L’eccessivo attaccamento a WhatsApp((Ben diverso dall’uso di Facebook, Instagram, Twitter e derivati, incluso Messenger: questi ultimi contemplano anche il solo “scorrere” senza necessariamente intrattenere una relazione, mentre WhatsApp, essendo per eccellenza chat, ostenta con certezza l’esistenza di una relazione sociale diretta.)), dal quale chi lo ha non riesce a liberarsi in alcun modo con le scuse più puerili, rappresenta quindi un “comodo sostituto” dell’intersoggettività utile a dire “perché dovrei socializzare con te che mi stai a mezzo metro? Sono già impegnato in una molteplicità di altre relazioni sociali ed ho, quindi, un valido motivo per sottrarmi”, giustificando così esteriormente l’incapacità.

Non sarebbe meglio affrontare il problema alla radice, piuttosto che persistere in paliativi? Troppo impegnativo perché diventa una questione culturale a tutti gli effetti, vero?

Marco Valerio Principato

(Post in formato PDF)

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Marco Valerio Principato

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.

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