Costume e società

Parlarsi sopra in TV: una pratica odiosa

Fateci caso: ogni qualvolta, in TV, si assiste a un dibattito – specie politico, ma non solo – è frequentissimo il “parlarsi sopra”: le due (o più, a volte) voci producono entrambe dei suoni ma difficilmente si capisce cosa si dice e, alla fine, non se ne conclude nulla.

La trovo una pratica odiosa. Sarò antico, ma l’educazione impartitami dai miei genitori mi porterebbe a sostenere non solo che è una pratica odiosa, ma anche che è da gran maleducati.

Il dibattito – insegnava il prof. Vito Michele Abrusci nel corso di Logica e Comunicazione all’Università – si svolge tra un proponente e un opponente. Essi, ordinatamente, si invertono nei rispettivi ruoli: il proponente termina di parlare, l’opponente risponde e rilancia una propria proposta, trasformandosi in proponente. L’altro, diventato opponente, raccoglie e risponde, trasformandosi in opponente, quindi rilanciando un’altra proposta, e così via.

Quando “finisce” questo ping-pong?, ci si potrebbe chiedere. Ebbene, è semplice: quando il proponente enuncia una proposizione, l’opponente dimostra che è falsa e il proponente non ha argomenti per confutare l’argomentazione del proprio opponente.

Esempio semplificato per capire: durante un dibattito io affermo che oggi è bel tempo. Il mio opponente dice che oggi piove, apre la tenda e, dalla finestra, si vede chiaramente che piove. La mia proposizione, dunque, si è rivelata falsa e il dibattito termina. Se, invece, una volta aperta la tenda, si fosse potuto scorgere il sole splendente, avrei potuto ribattere, affermando che la proposizione del mio opponente risultava falsa e proseguire, magari aggiungendo altre informazioni.

Tutto questo, in Logica, ha una spiegazione e ha dei modelli, ma ve li risparmio: non siamo all’Università e forse non tutti avrebbero voglia di approfondire.

Ora il mio affondo finale. Sono stato spinto a scrivere questo post da un video postato su YouTube dal filosofo Diego Fusaro, persona che ammiro e di cui condivido la maggior parte delle visioni.

Fusaro sa bene che, nel confrontarsi con qualcuno davanti alle telecamere, si rischia di essere “parlati sopra”. Per certi versi fa bene, in fin dei conti con lo stesso “mezzo”, a non farsi prevaricare e a non arrestarsi se qualcun altro prende la parola con prepotenza.

Tuttavia, il risultato comunicativo è delirante/deludente: occorre fare uno sforzo al limite del sovrumano per isolare la voce di una delle due (o più) persone e lasciare che sia solo quella prescelta a defluire verso il meccanismo di comprensione del linguaggio.

Uno sforzo che richiede, in certi casi, di seguire persino il labiale per colmare eventuali “vuoti” comunicativi prodotti da quella che i Radioamatori chiamano impropriamente sovramodulazione (parlarsi sopra via radio, un uso improprio perché tecnicamente sovramodulazione vuol dire un’altra cosa).

Ecco, per come sono fatto io, per via dell’educazione che mi è stata impartita, non sopporto questo tipo di prevaricazione. Sono il tipo che, durante un dibattito, pretende rispetto ed educazione, il che impone di essere rigorosi nel rispetto dei turni di presa di parola. Al secondo tentativo di sovramodulazione, senza porvi altro tempo in mezzo, mi alzerei e abbandonerei il dibattito.

Mi rendo perfettamente conto che, oggi, davanti alla telecamera, chi dovesse far così sarebbe automaticamente etichettato come “il perdente”, colui che ha abbandonato perché non ha la forza argomentativa sufficiente. Dunque, capisco Fusaro e lo “perdono”: se cedesse, consentirebbe ai suoi opponenti, in fin dei conti, di “ridurlo al silenzio” (che è esattamente ciò che Fusaro non vuole).

Tuttavia condanno severamente questo modo di fare. Se ci si ricordasse che, invece, l’educazione obbligherebbe ad un contegno tale da non cadere mai nella trappola della prevaricazione comunicativa, i dibattiti sarebbero tutti costruttivi e tutti – vincenti e perdenti – ne uscirebbero con “qualcosa in più di imparato” in tasca.

Viceversa, quest’assurda e ormai diffusa pratica prevaricatoria spesso trasforma i dibattiti in dei semplici contenziosi, dove non ci sono né vincitori né vinti e dove ognuno resta delle proprie idee. Esattamente quel che accade nel video qui di seguito, fateci caso: la “ripresa” di Gianluigi Paragone, a fine video, è l’ultimo, disperato tentativo di tirar fuori un costrutto concreto da quattro minuti di sovramodulazione tra i parlanti, dai quali non emerge alcun parere davvero prevalente e inconfutabile.

Impariamo, dunque, a rispettare i turni di presa di parola. Solo così si potrà andare verso una società capace di dibattere produttivamente e costruttivamente, a beneficio di tutti.

Marco Valerio Principato

(Post in formato PDF)

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Marco Valerio Principato

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.

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