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Riforma disinvolta e sconsiderata delle Università, ecco cosa accade
Ecco il quadro di un’esperienza personale: dopo aver conseguito un trenta in Logica, che dimostra il buon funzionamento delle mie meningi, mi ritrovo con un diciotto in Linguistica. Come mai? Se entrate, ve lo spiego per bene
Ho atteso di conoscere prima il voto, che è la conferma ufficiale, ma ora ce l’ho, quindi posso dire esattamente cosa ne penso. Grazie agli stravolgimenti apportati ai programmi didattici dalle più recenti riforme universitarie, dopo aver conseguito un bel 30 – trenta – all’esame di Logica, mi ritrovo con un umiliante (ma proporzionato, anzi, fin troppo generoso) 18 – diciotto – appena preso all’esame di Linguistica. Voto che, naturalmente, mi aspettavo, anzi, se avessi dovuto attribuire un voto a me stesso, non me lo sarei neppure concesso: ritengo, come ripeto, che la docente sia stata fin troppo generosa e comprensiva. Ovvio che in sede di verbalizzazione lo rifiuterò e ci rivediamo a settembre – se basta – con ben altre intenzioni e ben altra preparazione, ma andiamo con ordine e vediamo perché quanto appena accaduto è da ricondursi alla sconsiderata e selvaggia riforma della didattica universitaria, i cui danni sono enormi.
Il corso di Scienze della Comunicazione (nuovo ordinamento, purtroppo) presso l’Università di Roma Tre alla quale sono iscritto prevede, per il primo semestre del primo anno, due esami da 12 crediti: quello di Logica e quello di Linguistica. Per chi non fosse pratico, primo semestre significa, di fatto, circa tre mesi e mezzo di lezione, dislocati tra l’inizio di ottobre e la metà di gennaio. Quattro mesi meno le feste, insomma.
L’esame di Logica si sostiene (con un buon risultato) dopo aver studiato bene sul testo “Logica – Lezioni di primo livello” del Prof. Vito Michele Abrusci, che è stato anche il docente del corso. Il testo è di poco più di duecento pagine.
L’esame di Linguistica si sostiene (con un buon risultato) dopo aver studiato bene:
- Il libro “Fondamenti di Linguistica” del Prof. Raffaele Simone, che è stato anche docente di parte del corso, circa seicento pagine
- il libro “Il parlar figurato – Manualetto di figure retoriche” della Prof.ssa Bice Mortara Garavelli, circa centoottanta pagine
- il libro “Prontuario di punteggiatura” della Prof.ssa Bice Mortara Garavelli, circa centocinquanta pagine (di cui questa è una veloce impressione sulla lettura)
- il libro “Persuadere e convincere oggi”, del Prof. Vincenzo Lo Cascio, circa trecentosettanta pagine (di cui questo è l’indice, in formato PDF)
Fanno, in totale, oltre milleduecento pagine. Ossia, sei volte il materiale da studiare per il corso di Logica. Poiché il corso non può svolgersi in un tempo sei volte maggiore, si è pensato bene di sottrarre dal corso i primi cinque capitoli del primo libro, di sorvolare completamente sul terzo libro e di sorvolare sui capitoli 6, 8, 9, e 13 del quarto. Lascio ai lettori l’arduo compito di stabilire se una persona può formarsi correttamente nella disciplina sorvolando su tali contenuti: la risposta secondo me è no, ma ciascuno potrà constatarlo da sé e avere, al riguardo, opinioni diverse.
Ora facciamo due conti. Secondo l’attuale normativa che regola i corsi del nuovo ordinamento, il Credito Formativo Universitario (CFU) consiste in una unità sommariamente convertibile in 25 ore di lavoro dello studente. Dunque, un corso da 12 CFU consiste in 300 ore di lavoro.
Quale che sia la distribuzione di tali ore – tra lezioni frontali in aula, studio ed esercitazioni – è evidente già con la sola “misura” del CFU che se lo studio di un testo di 200 pagine offre buoni risultati con 300 ore di lavoro, è matematicamente impossibile che lo stesso periodo di attività possa offrire medesimo risultato con una quantità di testi da studiare sei volte maggiore: anche facendo un conto spannometrico, ci vorrebbero 1800 ore di lavoro.
Va tenuto conto che le due discipline hanno natura diversa: la logica è comunemente ritenuta appartenere alle c.d. scienze dure, mentre la linguistica è considerata parte delle scienze molli, lo ribadisce lo stesso Prof. Raffaele Simone a pag. 4 dell’edizione 2011 del suo manuale, tra quelle, appunto, che secondo l’Ateneo sono “da saltare”. La distinzione, di origine colloquiale anglosassone, è più teorica che rigorosa, ma offre un certo saggio della differenza tra i due modi di osservare una disciplina. In genere, si ritiene che le scienze molli siano meno gravose da apprendere e offrano più spazio alla libertà concettuale, ma nella stessa pagina il Prof. Simone sottolinea anche come la linguistica sia da considerarsi una scienza “debole”: è tutt’oggi in piena evoluzione, è in permanente ricerca di modelli rigorosi che, in alcuni casi, fatica invero non poco a creare, quando ci riesce.
Con l’ausilio di una cugina laureata in Lettere (vecchio ordinamento), con l’aiuto di qualche riflessione e constatando in pratica, durante lo studio, l’assoluta impossibilità di procedere omettendo quanto è stato omesso, mi sono reso conto molto presto che la strada percorsa era tutt’altro che facile e non avrebbe portato a quella padronanza della disciplina che cerco: alla mia età, com’è ovvio, non sono all’inseguimento della laurea, bensì alla ricerca di strumenti pregiati per studiare il mondo delle comunicazioni.
Le “omissioni” di cui in parola, tra l’altro, riducono il totale delle pagine da apprendere da oltre 1200 a circa 800, che è sempre il quadruplo rispetto al volume di Logica, ma introducono dei “vuoti” che lo studente cosciente deve per forza di cose colmare: quando a pagina 146 del manuale del Prof. Simone viene definito il PACCHETTO MORFEMICO (“l’insieme dei significati che si esprimono nei morfi”), si dà una nozione indispensabile, che si ritrova ripetutamente nel resto del manuale. Non a caso, a pag. 566 (indice analitico), il concetto viene riportato come presente a “pag. 146 sgg”. Medesima considerazione vale per molti altri concetti espressi nelle prime parti del volume, allegramente omesse dal programma di studio.
Quando ho lasciato l’aula dell’esame, ho detto alla docente: “Sono molto incerto. Dunque, quale che sia il risultato di questo esame, io intendo ricominciare da pagina uno del volume dei Fondamenti, altrimenti perdo tempo e, soprattutto, non ottengo quello che cerco”.
Già prima di affrontare l’esame avevo ben chiaro questo scenario, tuttavia ho messo in dubbio anche l’onestà con me stesso, ritenendo che potesse trattarsi di un puerile processo di ricerca di pretesti per giustificare un insuccesso o un successo molto contenuto. Ho allora interpellato un altro docente di linguistica, anch’egli dello stesso Ateneo Roma Tre, illustrando le mie perplessità. Purtroppo il docente ha immediatamente convenuto sullo scenario, dichiarandosi stupito del come si sia potuto pensare di “comprimere” in tre mesi un’attività che dovrebbe normalmente svolgersi nell’intero anno accademico. Ha anche spiegato che nelle riunioni degli organi collegiali l’argomento più frequente è quello dell’organizzazione amministrativa della didattica, ma poco o nulla si discute di contenuti e metodi della medesima, quali ad esempio le valutazioni sul carico didattico che gli studenti sostengono in ciascuna disciplina.
I risultati, purtroppo, sono devastanti sotto diversi profili. Il primo è quello “tabellare” dei risultati dell’esame, che si può osservare in questa tabella (formato PDF, contiene solo numeri di matricola e voti). Se la si osserva più attentamente, magari con l’ausilio di un semplice foglio di calcolo (a destra), si potrà constatare che su 55 partecipanti vi sono la bellezza di 36 non classificati (ossia, con più inclemenza, bocciati), 6 voti pari alla sufficienza (incluso il mio), e ben pochi voti più consolanti: un venticinque e due ventisei, gli altri – sempre pochi – sono grosso modo a poco più della sufficienza. La media, davvero sconfortante, di tutti i partecipanti è pari a sette, il che equivale a poter dichiarare senza tema di smentita che il corso de quo, sotto il profilo didattico, possa considerarsi un fallimento totale.
Ecco la ragione per cui ho deciso, da ben prima di conoscere l’esito dell’esame, di “ricominciare da pagina uno”. Quel che è peggio non è questo, purtroppo. Alla mia età c’è la maturità sufficiente per rendersene conto e decidere per quello che nel linguaggio Basic del Commodore 64 si chiamava “REDO FROM START”, ossia ricomincia da capo, emesso dall’interprete Basic quando a una richiesta di input solo numerico veniva battuto un tasto alfabetico. Non altrettanto vale per i giovani: come si può osservare dallo screenshot sulla destra, fotografato dalla community del corso di laurea su Facebook e in cui per tutela della privacy ho oscurato i nomi, chi è riuscito – come me – a strappare un 18 o un 19 o un 20 se lo tiene ben stretto e si guarda bene dal prendere in esame l’eventualità di ricominciare.
La domanda è la seguente: qual’è stata l’efficacia didattica di questo corso per quei giovani? Cosa “si portano a casa”? Una volta ottenuta la laurea, dietro alla quale sarà celato questo risultato e, anche se spero per tutti di no, altri risultati simili, quale consistenza offrirà il titolo di studio? Quale valore avrà per il mondo del lavoro? E quale contributo culturale avrà dato a quei giovani, ai quali – purtroppo – manca del tutto la maturità per rendersene conto? Per dimostrare di aver seguito un percorso di crescita idoneo e consistente, oltre alla laurea triennale, a quella magistrale e a qualche manciata di master, cos’altro dovranno affrontare i giovani per essere presi in considerazione?
Da questo scenario dovrebbe risultare abbastanza chiaro quanto devastante sia stato il mettere mano alla didattica universitaria in maniera così sconsiderata e quanto sia deleterio aver ridotto alcuni docenti (al Prof. Abrusci, infatti, “è andata bene”: nel suo corso i voti bassi o i non ammessi sono molto pochi) a dover fare giochi di prestigio con i propri programmi di studio. Le aziende, le industrie, il mondo del lavoro, la vita stessa, non ammettono scuse né attenuanti, un po’ come l’informatica. Se la si è studiata e capita, i computer funzionano, altrimenti non funzionano o si bloccano, non ci sono raccomandazioni che tengano. Di questo non si può che ringraziare gli autori della riforma, dei quali non faccio nomi, per aver inferto alla cultura italiana, di cui le Università dovrebbero essere portabandiera, un colpo davvero invalidante.
Bene, finora abbiamo scherzato. Visto che la didattica è pressoché “imposta” agli atenei, ecco la mia determina: ci rivediamo alla sessione autunnale.
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Certo che alla sua età ha dato una risposta alquanto infantile, come è infantile il post del 29/02 e aver messo i commenti in moderazione. Per tenere aperto un blog ci vuole il coraggio di relazionarsi con il prossimo e vedere una persona della sua età evitare il confronto è veramente deleterio. Mi faccia vedere che tipo di persona è, pubblichi questo commento non si nasconda dietro alla moderazione dei commenti. Un consiglio (se lo accetta): si faccia una risata ogni tanto, con il mio commento almeno ha saputo che 1 persona ha letto questo piagnisteo.
Non ho alcuna difficoltà a pubblicare il Suo commento, che non richiede alcuna risposta: parla da sé e descrive più che bene il tipo di persona che lo ha scritto, neppure dotata del coraggio di firmarsi con nome e cognome.
Cordiali saluti e buona fortuna…
Mi rivolgo a “Onan”:
1) L’umiliazione non è affatto nascosta, è scritta chiaramente nel primo paragrafo, dunque è una conclusione solo sua. Una umiliazione, peraltro, che reputo sopportabilissima e soprattutto benefica: ho appena rifiutato il voto, parlandone con la docente che, conoscendomi e sapendo quali sono i miei obiettivi, se lo aspettava. E ho appena ricevuto un “in bocca al lupo per la prossima, capisco la sua posizione” da parte del Prof. Simone, incontrato casualmente in ascensore.
2) Ho ben chiarito di non concordare con l’imposizione DALL’ESTERNO di programmi abbreviati, dunque non è un’accusa all’Ateneo, e anche questo nel testo è più che chiaro.
3) La “forma numerica” di cui Lei parla, tradotta in parole, vuol dire “conoscenza marginale della disciplina”. Questo è l’unico significato che attribuisco al voto conseguito. Poiché miro a una conoscenza radicata, sarebbe fuori luogo accontentarsi.
4) Quanto hanno fatto alcuni all’esame di Logica non coincide con quanto fatto da me, posizionato all’ULTIMA FILA a distanza pressoché da chiunque e, in ogni caso, né intenzionato né in necessità di farlo. Sarei anche prudente ad affermare che l’80 per cento abbia copiato: rischia una denuncia da parte dei suoi colleghi.
5) Se molti ritengono di essere usciti dal corso di logica con le tasche vuote – come LEI afferma, ma non credo sia opinione comune – farebbero bene a rientrare in aula e ricominciare dall’inizio: è chiaro indice di non aver capito a cosa serve.
6) La ringrazio per la lezione sulla complessità delle materie. Le ricordo, tuttavia, che qualcosina ne so: sono un informatico da 30 anni e l’università l’ho già frequentata, molto prima di queste disastrose riforme. Pertanto mi permetto di dissentire: ciascuna materia, nella sua specificità, può essere semplice o complessa, dipende dalle predisposizioni di ciascuno. Ricordo bene – anche se sono trascorsi più di 30 anni – il mio 30 in Istituzioni di Matematica, in compagnia di una abbondante metà del corso con voti simili e un’altra metà scarsa con voti disastrosi (da NC a 20).
7) Accetto ma non approvo la sua opinione sullo “sterile” voto: non è il suo valore in quanto numero naturale a interessarmi, ma quanto esso mi comunica circa la mia conoscenza della materia, null’altro. Circostanza, peraltro, confermata dal riesame del mio compito con la docente.
8) Non ho alcun bisogno di far gongolare l’autostima, dal momento che non ho “bisogno” della laurea in Scienze della Comunicazione: si tratta di puro diletto. Se lei legge un libro, le piace ma non capisce bene, cosa fa? Ricomincia da pagina 1. E’ esattamente quel che sto facendo con linguistica.
9) Se ci si rendesse conto che nel mondo del lavoro è NOTO e STRANOTO che i giovani tendono ad accettare anche la conoscenza marginale delle materie, pur di superare gli esami, si comprenderebbe anche perché è sempre più difficile trovare una sistemazione lavorativa in funzione del possesso di un solo titolo di laurea triennale. E’ proprio questo che spinge i dirigenti d’azienda a chiedere sempre di più: la magistrale, i master, l’esperienza, che non si riesce mai a fare se mai si comincia a lavorare, perverso meccanismo che ha dato origine all’altrettanto perverso strumento degli “stage”.
Non entro nel merito delle scelte furbesche di molte aziende circa le partite IVA, i lavori a progetto e le consulenze, altrimenti il discorso si allargherebbe ed esulerebbe dal tema, ma dissento da tali comportamenti, comunque negligenti e inqualificabili. Essendo però già stato più volte, durante la vita lavorativa, in posizione di membro o presidente di commissioni per la scelta del personale, La informo che il criterio adottato è stato quello di recarsi presso le Università e stabilire un dialogo diretto con i docenti, facendosi indicare quali studenti avevano percorso l’intera carriera universitaria frequentando, mirando ai pieni voti e non curandosi tanto della velocità, quanto della qualità della laurea. Ciò mi porta non a condividere ma, in via assolutamente parziale, a comprendere la diffidenza delle aziende nel procacciarsi personale laureatosi oggi o da pochi anni.
Infine, come avrà notato, ho rimosso i termini turpiloquiali dal Suo commento: qui non sono ammessi. La prego infine, di perdonarmi se non dovessi aver compreso qualcosa: rileggendo il Suo commento, forse scritto in condizioni non agevoli (visto l’indirizzo IP dal quale è provenuto), noterà che avrebbe forse bisogno di qualche aggiustamento.
Rispetto il suo diverso punto di vista, ma non vi concordo.
La saluto cordialmente, senza alcuna acredine (lo scrivo perché lo scritto, a differenza del parlato, potrebbe trarre in inganno e far supporre che ve ne sia).
MVP
Scusandomi in primis per le volgarità e la schiettezza.
Secondo me oltre al giro di parole che nasconde un senso di umiliazione personale basato al umile voto, ritengo che siano (termini turpiloquiali rimossi). Divertente sarebbe stato un suo 30 e lode con tanto di reazione propositiva nei riguardi di Simone e Pompei. Se dice che ha bisogno di armi di conoscenza cosa le importa di un forma numerica ????? Lo trovo un po meschino vestirsi da paladino solo perche lei in primis ha perso la battaglia, facendosi carico dei caduti con reazioni cosi paradossalli……
Venendo a logica tutti a dire :Bravo Abrusci Bravo Brav Bravo…. solo perche statisticamente ha bociato poca gente ? Solo perche il buon 80% dei candidati all’esonero e all’esame finale ha copiato e/o si è aiutato con il vicino? Solo perche durante l’esame faceva finta di non vedere quello che realmente accadeva…. Ora Signor Principato abbia l’umiltà di ammettere che la maggior parte dei frequentanti di logica è uscita cn un voto alto ma cn le tasche vuote, la conferma a quello che ho appena detto ce l’avra l’anno prossimo…quindi per quanto il programma di Simone Pompei sia un po arduo, e per quanto non sia stato fatto nel migliore dei modi le ricordo che noi abbiamo esami che paragonati a quelli di altre facoltà sono delle bazzecole…. Quindi se davvero ci tiene a capire una materia nuova come linguistica perche ridare l’esame quando poi può frequentare ? La risposta è semplicemente. Uno sterile numero scritto su un pezzo di carta fa gongolare di piu l’autostima.
Se, invece di perdere tempo a scrivere sul blog, a raccogliere il materiale e i dati che ha riportato in questo articolo e a discutere con altre persone sulla validità del corso, avesse speso più tempo nel preparare l’esame, magari invece di prendere un “misero” 18 (così come lei lo ha definito) avrebbe meritato un più “onorevole” 25 (come se prendere un voto più alto significhi essere una persona migliore).
Grazie, Professore… avevo proprio bisogno di sentirmelo dire, se non fosse per Lei, sarei perso.