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Gmail for Work: a chi conviene?

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26 ottobre 2015 - 11:30 | Commenti 0 | Link breve

Google si propone continuamente con «Gmail for Work». Perché? Oltre a vendere il proprio servizio, cosa dà? E, soprattutto, cosa ottiene?


«Google Apps for Work include: 1) Indirizzi email aziendali (nome@tuaazienda.it); 2) Chiamate video e vocali; 3) Calendari online integrati; 4) 30 GB di spazio di archiviazione online per la sincronizzazione e la condivisione dei file; 5) Documenti di testo, fogli di lavoro e presentazioni online; 6) Siti di progetto facili da creare; 7) Controlli di sicurezza e amministrazione; 8) Assistenza telefonica e via email 24 ore su 24, 7 giorni su 7».

Chiaro e semplice: è scritto sull’apposita vetrina online di Google. Costo: 4 euro al mese, ovvero 48 euro l’anno. Allettante, vero?

«Quasi quasi lo faccio».

«Dottor Principato, c’è qualche controindicazione?», mi ha chiesto qualcuno che non cito per tutela della privacy.

Certo che c’è. Dipende da “chi si è”. Faccio un esempio semplice, di un’organizzazione che conosco in quanto presente nella realtà urbana che frequento d’estate e nei weekend: la Farmacia Internazionale di Anzio del dott. Cicconetti, che trovate online con il suo sito e il suo nome a dominio:

www.farmaciainternazionaleanzio.it.

Quella farmacia – come ormai tante altre, costrette dalla concorrenza a trasformarsi in veri e propri supermercati – ha creato una fidelity card, operazione del tutto analoga alle tessere fedeltà dei supermercati veri e propri. Con la loro card il cliente gestisce in proprio i vantaggi derivati dalla conseguente profilazione svolta dalla farmacia, con tanto di minisito dedicato.

Nel footer del minisito si scorge – ecco i “dolori” in questione – l’indirizzo email impiegato dalla farmacia:

farmacicconetti@gmail.com

Tana per Google. Invece di disporre di un proprio indirizzo email, sul proprio nome a dominio, la farmacia impiega Gmail: è gratuita e non grava sul bilancio.

Io, che potrei essere un cliente “evoluto”, me ne guarderei bene dal corrispondere con una farmacia (ovvero, intendiamoci, con qualsiasi organizzazione operante nel settore sanitario) mediante Google mail.

Regalerei a Google un mucchio di informazioni:

  • gli confermerei, in quel caso, di avere degli “interessi” (leggasi: residenza di qualche sorta) in zona, visto che mi servo di quell’esercizio;

  • gli rivelerei un ventaglio di possibili patologie, mie o di chi mi è vicino, ricavabili dalle categorie di prodotti acquistati o su cui usufruisco di “agevolazioni” grazie alla fidelizzazione ottenuta per via della card;

  • gli consentirei di fare ipotesi sul mio stato di salute attraverso la frequenza di acquisto, le variazioni di categoria dei medicinali, le quantità acquistate, gli ordini, eccetera;

e via discorrendo. Tutto gratis per Google, niente in cambio per me.

Se, invece, avessi trovato, in fondo alla pagina, un indirizzo email del tipo:

banco@farmaciainternazionaleanzio.it

molto probabilmente mi sarei sentito più tutelato, in quanto – all’apparenza – si sarebbe trattato di un indirizzo email gestito direttamente dalla farmacia, e non da Google.

Uno dei banner con cui Google autopubblicizza il proprio servizio «Gmail for Work».

Uno dei banner con cui Google autopubblicizza il proprio servizio «Gmail for Work».

Ecco uno dei punti dove il gigante del Web applica la sua azione e la pubblicizza: trasforma un attributo tangibile (in questo caso puramente formale: la forma sintattica dell’indirizzo email) sul prodotto (il prodotto/servizio, ricordo, è una delle quattro leve del marketing mix), occultandone il valore contestuale iniziale e sostituendolo con un nuovo valore contestuale, che sovrappone a quello iniziale un altro valore “non sospetto”.

In altre parole, fa sì che l’organizzazione possa apparire come dotata di un proprio servizio di posta elettronica, gestito su proprio server e, dunque, in grado di tutelare i clienti dall’invasiva analisi linguistica computazionale sui contenuti della posta Gmail e relativa estrazione di dati.

L'animazione con cui Google fa capire che, impiegando Gmail for Work, si ottiene proprio quel «mascheramento» della presenza di «...@gmail.com».

L’animazione con cui Google fa capire che, impiegando Gmail for Work, si ottiene proprio quel «mascheramento» della presenza di «…@gmail.com».

Per questo Google pone l’accento proprio su questa caratteristica quando propone il proprio servizio in pubblicità (vedi figura).

Bene. Come faccio a tutelarmi? Come posso sapere se l’organizzazione con cui sto per corrispondere dispone davvero di un servizio email proprio o se si “appoggia”, magari opportunamente offuscata dall’essere cliente di Gmail for Work, ai server di Google?

L’operazione è molto semplice per geek, nerd, ingegneri informatici e anche per molti smanettoni che dispongono di un computer in cui il sistema operativo è Linux o anche OS-X di Apple: basta aprire una finestra shell e utilizzare il ben noto whois per scoprire i server di posta impiegati dal nome a dominio in esame.

Per chi usa Windows è tutto molto meno semplice e per chi usa (solo) un device mobile ancora peggio.

Per questi ultimi, non resta che sperare nel funzionamento di questo sito, chiamato Email Hippo:

https://tools.verifyemailaddress.io

In esso basta digitare l’indirizzo email nella casella di ricerca, quindi cliccare o toccare “Check”. In basso compaiono i risultati: basta toccare o cliccare “Info”, quindi nella finestra che si apre occorre leggere la linguetta “Mail Servers”.

Anche se fosse operativo «Gmail for Work», sarebbe comunque impossibile «nascondere» l'impiego dei server di Google.

Anche se fosse operativo «Gmail for Work», sarebbe comunque impossibile «nascondere» l’impiego dei server di Google.

Se al suo interno si scorgono i server di Google (vedi figura), bene: a quel punto, nonostante le apparenze, abbiamo a che fare con un indirizzo email gestito da Google.

Se si tratta, invece, di servizio realmente «proprio», cioè gestito direttamente, di server di Google non se ne vede neppure l'ombra.

Se si tratta, invece, di servizio realmente «proprio», cioè gestito direttamente, di server di Google non se ne vede neppure l’ombra.

Se, invece, si scorgono server non riconducibili a Google, come nel caso del mio indirizzo email per uso radioamatoriale (vedi figura), allora si può star tranquilli: Google non potrà ficcare il naso negli affari nostri.

Purtroppo tutto questo Google lo sa benissimo. Google si rivolge alle masse, agli immigrati digitali, e sa benissimo che questi ultimi – i quali costituiscono la stragrande maggioranza del mercato mondiale – in massima parte non sono in grado di esserne consapevoli né, men che meno, di essere capaci di simili manovre.

Di tutti loro ovviamente approfitta, approfitta sfacciatamente, vestendo la propria offerta con un abito elegante che ammicca e conquista proprio per il suo aspetto professionale, nascondendo la propria reale finalità: raccogliere dati e, in casi come quello qui descritto (una farmacia), anche molto delicati, in quanto afferenti la sfera della salute.

Cosa ci faccia con quei dati non debbo raccontarvelo: dovreste sapere che li sfrutta, li integra, li manipola, li riscontra con altri già in suo possesso, ci “costruisce valore” e se lo vende, oppure lo impiega per “costruire” altro valore a proprio uso e consumo, sulle spalle della massa di malcapitati che non si avvedono di nulla, compresi medici, farmacisti e altri professionisti i quali hanno già le loro complessità da affrontare, figurarsi se sono disposti o capaci di farsi carico di altre.

Ebbene, queste cose invece bisogna saperle. Così come bisognerebbe sapere che è da evitare come la peste l’impiego di Gmail, se non come indirizzo da fornire a tutti i possibili scocciatori, senza mai impiegarlo veramente come proprio servizio di posta.

E questo vale anche per Yahoo, per Outlook.com, Hotmail.com e ogni altra emanazione di Microsoft, come pure per tutti i servizi email “regalati” (regalati? Oggi nessuno regala niente: quando è gratis, gatta ci cova, sempre) dai vari provider Internet come Tiscali, Wind-Infostrada, Fastweb e simili.

Se volete davvero essere professionali, registratevi il vostro nome a dominio e attivate una casella di posta gestita da un hosting provider a pagamento che di mestiere faccia solo l’hosting provider: con cifre spesso molto inferiori a quelle che dareste a Google (che con l’occasione apprenderebbe anche dettagli sui vostri mezzi di pagamento) potete ottenere un vero servizio, scongiurando il radicato diffondersi di questo insulso e pigro ricorso a Gmail, sempre e comunque, anche quando sarebbe del tutto da evitare.

Altro che storie.

Marco Valerio Principato

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Marco Valerio Principato (1277 Posts)

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.


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