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What’s Up? See WhatsApp. Questo il grande errore

Se vi capitasse di leggere Whatsapp è l’app di messaggistica più utilizzata anche per leggere e diffondere Notizie, un titolo del sito iSpazio((Di cui disapprovo totalmente la scelta di voler bloccare la lettura a chi impiega gli Ad-Blockers e per questo, normalmente, non lo frequento, pur avendo i mezzi per impiegarlo ugualmente nonostante l’Ad-Blocking: basta disabilitare Javascript…)) probabilmente non vi stupireste: in fondo è quel che fate anche voi.

L’articolo cita uno studio del Reuters Institute for the Study of Journalism a cura di Nic Newman che induce a riflettere sull’uso di WhatsApp per la circolazione delle notizie.

Sappiamo tutti che oggi la diffusione di notizie risulti distribuita su vari canali: radio e TV, quotidiani e periodici, siti ufficiali degli stessi, pagine Facebook e account Twitter ufficiali, siti di satira seri gestiti da intellettuali. Questi media, teoricamente, dovrebbero avere una gestione tale da garantire veridicità, tempestività, accuratezza ed affidabilità delle notizie. Dovrebbero, il grassetto non è casuale.

Poi ci sono i giornalucoli da quattro soldi e relativi siti, i siti e i periodici di gossip, le “riviste da barbiere”, i blog dell’ultimo minuto, i siti “nascosti” e le relative presenze social, le pagine Facebook e gli account Twitter fasulli e aperti a bella posta per rastrellare traffico, i bufalari di professione e quelli dell’ultimo minuto.

Poi c’è WhatsApp. Che hanno pressoché tutti (tranne me). Che viene usato più dello stesso Facebook. Su WhatsApp si è sviluppata, nel tempo, una fittissima rete di relazioni, in perenne e costante contatto. Ci sono un’infinità di gruppi e ciascun utente appartiene ad almeno due gruppi.

Basta un/a cretino/a che, credulone/a o ingenuo/a, riceva da un qualsiasi canale poco affidabile una (non) notizia e la inoltri su WhatsApp, perché questa si diffonda a macchia d’olio, con una velocità inimmaginabile.

Se glielo si contesta, il cretino/a di turno replicherebbe «ma anche i giornali diffondono spesso notizie false». In qualche caso, diciamo anche qualcuno di troppo, è vero. Ecco perché quel dovrebbero in grassetto, poc’anzi. Perché se le fonti serie lavorassero come si deve, semplicemente tutta questa pletora di bufalari, disseminatori di notizie false, rastrellatori di click e imbroglioni digitali vari perirebbe in un attimo: non se li filerebbe nessuno.

Invece no. Continuano a prediligere la velocità piuttosto che la qualità. Continuano a preferire “arrivare prima” piuttosto che “arrivare meglio”. E tutto il popolo di imbroglioni digitali sa benissimo che c’è WhatsApp, lo sfrutta e, complice l’idiozia generale, ci riesce.

Quale sia l’antidoto ormai lo sapete: cultura, capacità critica, giudizio, ragionevolezza. Ma ormai non vi va più, perché tanto questo paese si sta sgretolando, si sta perdendo il senso stesso del concetto di cittadinanza (intesa come fatto politico e territoriale), le popolazioni europee sono in lenta e graduale sostituzione con il continuo arrivo di nuovi migranti, in ossequio al “pensiero unico” e al capitalismo finanziario.

Quindi, bufala più, bufala meno, mi godo il mio minuto di protagonismo quando anch’io, nel mio piccolo, dò per primo una notizia su WhatsApp, poi che sia falsa o meno non me ne cale.

“What’s Up?” (ossia che succede?). “See WhatsApp” (ossia vedi WhatsApp). La più grande rovina dell’intelligenza umana che si potesse concepire ormai è qui.

Fermatela, se potete (e volete). Prima che l’Italia e l’Europa si svuotino delle ultime persone intelligenti, raziocinanti e operanti, trasformandosi in preda del neocolonialismo studiato a puntino dal capitalismo finanziario.

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Marco Valerio Principato

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.

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