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Spero che WhatsApp passi un guaio in Europa

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3 settembre 2014 - 08:30 | Commenti 0 | Link breve

Un articolo dello scorso anno spiega esattamente come questa App violi il DL 20/06/2003, n. 196 (legge sulla privacy). L’UE? Fa bene a indagare.


Questo è il vero aspetto di WhatsApp

Questo è il vero aspetto di WhatsApp

Guardate un po’ cosa raccontava Affaritaliani.it il 4 febbraio del 2013: «Nel nostro paese la legislazione ordinaria sulla privacy è contenuta nel Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, e questa, (Parte I art. 4) così definisce i dati personali: “qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale”».

«Nella rubrica del nostro terminale mobile – prosegue il sito – sono associati nominativi e numeri di telefono, a volte addirittura indirizzi email ed altri dettagli: tutto questo non può non considerarsi “dato personale” e quindi soggetto alla relativa normativa, per non parlare di chi usa la propria rubrica addirittura per memorizzare dati ancor più sensibili come i codici pin di carte di credito, bancomat e quant’altro. Poiché per il trattamento di detti dati è prevista una apposita informativa, con tanto di notizia su chi sia il responsabile del trattamento, è di tutta evidenza che un’applicazione che esiga di accedere alla rubrica senza consentire una scelta e senza prevedere l’apposita autorizzazione al trattamento e, soprattutto, senza prevedere il diritto al recesso ed alla cancellazione, viola anche la normativa Italiana».

Ma non è finita. Come ho sempre detto (qui su Nelfuturo.com), «il problema non sei “tu”: “tu”, con i tuoi dati, quelli che riguardano solo la tua persona, puoi fare quello che vuoi. Il problema è che nella tua rubrica non ci sono dati tuoi ma dati di altri, a ciascuno dei quali dovresti chiedere il permesso prima di disseminarli nel mare magnum dei Big Data e degli sciacalli pubblicitari».

Infatti, prosegue Affaritaliani.it, «chi ci aveva affidato il proprio recapito, lo aveva fatto in via personale e senza autorizzarci a diffonderlo in rete: ne consegue che anche l’utente che, avvalendosi di WhatsApp, accetta di rendere pubblica la propria rubrica, commette un illecito nei confronti dei titolari dei dati in rubrica. La normativa di riferimento stabilisce, nel suo articolo 1, che “chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”. I diritti dei soggetti tutelati sono descritti dagli artt. 7 e 13: diritto di ottenere la conferma dell’esistenza o meno di dati personali… delle finalità e modalità del trattamento, della logica in caso di trattamento elettronico, degli estremi del titolare, dei soggetti ai quali possono essere comunicati,.. diritto a modifica, cancellazione e rettifica».

E siccome WhatsApp non ha nessun bisogno, per i propri fini tecnici, di conoscere altri dati personali oltre a quelli inerenti le persone con le quali si chatta e ciò nonostante li ha tutti,  compie un’altra violazione: «l’art. 3 identifica, in particolare, proprio il tema in oggetto poiché prende in considerazione i sistemi e programmi informatici che devono essere configurati “riducendo al minimo l’utilizzazione di dati personali”, ove sia possibile perseguire la stessa finalità senza il trattamento: WhatsApp non ha alcuna necessità di tali dati ma richiede l’accesso ai numeri di telefono di tutti i contatti degli utenti indipendentemente dal fatto che questi facciano uso del servizio o meno; e tiene traccia di queste informazioni per aggiornare di volta in volta l’elenco dei propri conoscenti inseriti nella rubrica contattabili attraverso il servizio», chiarisce Affaritaliani.it.

Qualcuno dirà “eh, ma i dati non sono pubblici, li ha WhatsApp” (cioè Mark Zuckerberg, cioè Facebook, ndB). Bene, fa un uso improprio della “libertà informatica” di accedere perché, spiega ancora Affaritaliani.it, «Col successivo art. 4 si definisce “diffusione”, “il dare conoscenza dei dati personali a soggetti indeterminati, in qualunque forma, anche mediante la loro messa a disposizione o consultazione”. Indubbiamente questa applicazione opera una diffusione. Con l’art. 23 la norma impone l’obbligo del consenso: “Il trattamento di dati personali da parte di privati o di enti pubblici economici è ammesso solo con il consenso espresso dell’interessato”. E non possiamo certo dire che WhatsApp richieda espressamente e con le dovute forme detto consenso».

Poi io sono il rompipalle, vero?

E allora l’UE fa bene a indagare. Dipendesse da me, aprirei altrettante procedure d’infrazione a carico di tutti coloro che, inopinatamente e superficialmente, continuano a fare spallucce e a usare WhatsApp senza alcun riguardo per i dati personali degli altri.

Marco Valerio Principato (1277 Posts)

Informatico sin dal 1980, ha quasi sempre svolto questa attività sia nella Pubblica Amministrazione che fuori. Ora libero professionista e laureato con lode in Scienze della Comunicazione, si dedica alla donna della sua vita, ai suoi hobby e ai suoi siti.


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